“Sandokan”, la serie evento che ha appena concluso la sua corsa su Rai 1 con ascolti straordinari, si prepara ora a sbarcare su Netflix negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito il diciannove gennaio 2026. Non è “Mare Fuori”, non è una delle tante produzioni italiane che cercano fortuna all’estero. È qualcosa di diverso, di più ambizioso: un tentativo riuscito di portare l’avventura classica nel ventunesimo secolo senza tradirne lo spirito.
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che proprio ora, mentre il cinema italiano sembra ripiegato su se stesso in una sequenza infinita di commedie domestiche e drammi familiari, arrivi una produzione che guarda al mondo con l’audacia di chi non ha paura di sognare in grande. “Sandokan” non è un esperimento timido né un progetto di nicchia. È una scommessa da venti milioni di euro che Lux Vide e Rai Fiction hanno voluto giocare fino in fondo, costruendo quella che è probabilmente la produzione televisiva italiana più ambiziosa degli ultimi anni.
Il risultato ha premiato il coraggio. Gli ascolti su Rai 1 hanno oscillato tra il venticinque e il trentatré percento di share, numeri che in un’epoca di frammentazione dell’audience televisiva sono semplicemente straordinari. Milioni di persone si sono sintonizzate ogni lunedì sera per seguire le avventure della Tigre della Malesia, dimostrando che esiste ancora fame di storie che sappiano trasportare altrove, che offrano evasione senza rinunciare alla sostanza, che mescolino azione e romanticismo in un cocktail irresistibile.
Cinquant’anni dopo, Sandokan torna a casa
L’originale “Sandokan” andò in onda sulla Rai nel 1976, trasformando Kabir Bedi in un’icona immortale e regalando all’Italia una delle sue serie televisive più amate di sempre. Era un’epoca diversa, quando la televisione era ancora un fenomeno collettivo capace di unire l’intero paese davanti allo stesso schermo. La sigla di Oliver Onions, “Sandokan”, divenne un tormentone che ancora oggi chiunque sia nato prima degli anni Novanta può canticchiare a memoria.
Riportare sullo schermo un personaggio tanto iconico, così profondamente radicato nell’immaginario collettivo di almeno due generazioni di italiani, era una sfida temeraria. Il rischio del confronto era altissimo, le aspettative smisurate, la possibilità di deludere concretissima. Ma Luca Bernabei, amministratore delegato di Lux Vide e ideatore di questa nuova versione, ha scelto la strada più coraggiosa: non cercare di imitare l’originale ma creare qualcosa di nuovo, rispettoso della fonte ma libero di interpretarla secondo una sensibilità contemporanea.
La sceneggiatura, sviluppata da Alessandro Sermoneta, Scott Rosenbaum e Davide Lantieri, prende i romanzi di Emilio Salgari come punto di partenza ma non come gabbia. L’ambientazione rimane quella del Borneo del 1841, durante la prima fase della colonizzazione britannica, ma i personaggi acquisiscono una profondità psicologica che va oltre le caratterizzazioni un po’ piatte della letteratura d’appendice ottocentesca. Questo Sandokan non è solo un pirata coraggioso e romantico. È un uomo alla ricerca della propria identità, segnato da un passato che non conosce completamente, diviso tra il desiderio di libertà assoluta e la progressiva presa di coscienza di una responsabilità più grande verso il suo popolo.
Can Yaman e la scommessa su un eroe moderno
Quando nel 2021 venne annunciato che Can Yaman avrebbe interpretato Sandokan, le reazioni furono contrastanti. L’attore turco era conosciuto principalmente per soap opera romantiche come “Bitter Sweet” e “DayDreamer”, produzioni leggere che lo avevano trasformato in un idolo delle fan ma che non necessariamente testimoniavano la capacità di sostenere un ruolo fisicamente e drammaticamente impegnativo come quello della Tigre della Malesia.
Yaman ha risposto alle perplessità nel modo più convincente possibile: trasformando completamente il proprio corpo e la propria presenza scenica. Si è sottoposto a un regime di allenamento durissimo, ha imparato l’italiano fino a poter recitare nella nostra lingua senza essere doppiato, ha studiato le arti marziali e l’uso della spada, si è calato nel personaggio con una dedizione che emerge chiaramente sullo schermo. Il suo Sandokan non è una macchietta né un supereroe invincibile. È un guerriero che porta i segni delle battaglie, che sanguina quando viene ferito, che dubita anche mentre combatte.
C’è una scena particolarmente efficace nel secondo episodio, quando Sandokan si trova faccia a faccia con il prigioniero dayak che lo identifica come il guerriero della profezia, colui che è destinato a liberare il popolo dalla dominazione straniera. Yaman interpreta quel momento con una mescolanza di scetticismo, paura e fascino che rende credibile il viaggio emotivo del personaggio. Non vuole credere a quella profezia, non si sente all’altezza, non cerca quella responsabilità. Ma qualcosa dentro di lui riconosce una verità che la sua mente razionale ancora rifiuta.
Accanto a lui, il cast internazionale porta competenza e carisma. Ed Westwick, che il pubblico internazionale conosce come l’indimenticabile Chuck Bass di “Gossip Girl”, interpreta Lord James Brooke con una ambiguità morale che lo rende molto più interessante del semplice cattivo monodimensionale. Il suo Brooke è convinto di portare civiltà e progresso, si vede come un benefattore piuttosto che come un oppressore. È questa cecità morale, questa incapacità di vedere se stesso per quello che è realmente, a renderlo davvero inquietante.
Alessandro Preziosi costruisce uno Yanez de Gomera che è insieme comico e tragico, leale e cinico, capace di alleggerire i momenti più tesi con una battuta ma anche di rivelare improvvise profondità emotive. Il suo è forse il personaggio più stratificato della serie, quello che più di tutti porta il peso di un passato doloroso che emerge a frammenti nel corso degli episodi. Ex missionario che ha perso la fede dopo aver assistito a massacri terribili, Yanez ha scelto la vita da pirata come una forma di esilio volontario da un mondo in cui non riesce più a credere.
E poi c’è Alanah Bloor, attrice britannica al suo primo grande ruolo televisivo, che interpreta Marianna Guillonk con una fierezza e un’intelligenza che impediscono al personaggio di scivolare nello stereotipo della damigella in pericolo. La sua Marianna è cresciuta nei privilegi della classe coloniale ma ha mantenuto uno spirito ribelle che la rende profondamente insoddisfatta delle convenzioni vittoriane che dovrebbe rispettare. L’incontro con Sandokan non la trasforma, semplicemente libera qualcosa che era già dentro di lei, un desiderio di libertà e autenticità che la società in cui vive sistematicamente reprime.
Un kolossal girato tra l’Italia e il mondo
Produrre “Sandokan” è stata un’impresa titanica che ha richiesto tre anni di lavoro, dalla prima concezione del progetto fino alla messa in onda. Le riprese, iniziate nell’aprile del 2024, si sono svolte principalmente in Italia con alcune incursioni internazionali a La Riunione e in Thailandia per quelle scene che richiedevano panorami realmente esotici impossibili da ricreare in Europa.
Ma la maggior parte del lavoro è stata fatta in casa, dimostrando quanto sia versatile e ricco il territorio italiano quando viene esplorato con occhi creativi. La Calabria è diventata il Borneo, con le sue coste selvagge e la sua vegetazione rigogliosa che sotto la lente della fotografia cinematografica si trasformano in perfette location esotiche. Gli interni sono stati allestiti negli studi di Formello, dove scenografi e arredatori hanno ricostruito con cura maniacale gli ambienti dell’epoca, dalle cabine delle navi ai saloni del consolato britannico.
Il castello di Sammezzano in Toscana, gioiello dell’architettura orientalista italiana, è diventato la reggia del sultano del Brunei. È una scelta che testimonia l’intelligenza produttiva della serie: invece di cercare l’esotico lontano, lo si trova dove già esiste, in quegli angoli dell’Italia che secoli di contaminazioni culturali e sogni orientalisti hanno reso perfettamente adatti a raccontare storie ambientate in terre lontane.
Lamezia Terme ha ospitato la ricostruzione della città di Labuan, con i suoi edifici coloniali e il suo porto affollato di navi mercantili e militari. Le cascate di Chia, l’oasi della Selvotta, le zone intorno a Tivoli e San Polo hanno fornito gli scenari naturali per le sequenze nella giungla. È un patchwork geografico che sullo schermo diventa un mondo coerente e convincente, dove ogni location contribuisce a creare quella sensazione di esotismo avventuroso che è essenziale per una storia come questa.
La regia di Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo privilegia l’azione dinamica ma non dimentica mai l’importanza dei momenti più intimi e riflessivi. Le scene di combattimento sono coreografate con precisione, senza ricorrere al montaggio frenetico che spesso nasconde l’incapacità degli attori di muoversi con credibilità. Yaman e gli altri interpreti hanno lavorato duramente con maestri d’armi e coordinatori di stunt per poter eseguire personalmente molte delle sequenze più complesse, e questo si vede nella naturalezza con cui i corpi si muovono nello spazio durante gli scontri.
Una produzione internazionale che parla italiano
Una delle scelte più coraggiose e discusse è stata quella di girare la serie interamente in italiano, anche con attori non italiani. Can Yaman recita nella nostra lingua, così come Ed Westwick e gli altri membri del cast internazionale. Per il mercato estero esiste una versione doppiata in inglese, ma quella originale rimane l’italiana.
È una decisione che va controcorrente rispetto alla tendenza sempre più diffusa di produrre contenuti direttamente in inglese per facilitarne la distribuzione internazionale. Ma Bernabei e i suoi collaboratori hanno voluto che “Sandokan” fosse prima di tutto un prodotto italiano, che parlasse al pubblico italiano nella sua lingua, mantenendo quella connessione emotiva con l’originale del 1976 che per generazioni di spettatori italiani è profondamente legato alla nostra cultura.
Questo non ha impedito alla serie di essere concepita fin dall’inizio come un prodotto esportabile. Il cast internazionale, la qualità produttiva da cinema, la storia universale di libertà e amore che trascende i confini nazionali, tutto è stato pensato per funzionare anche al di fuori dell’Italia. E i fatti stanno dando ragione a questa visione. Netflix, che normalmente non investe in produzioni italiane tradizionali preferendo contenuti più giovani e contemporanei, ha acquistato i diritti per Stati Uniti, Canada e Regno Unito, mercati notoriamente difficili da conquistare per prodotti non anglofoni.

Temi universali vestiti da avventura d’altri tempi
Sotto la patina dell’avventura esotica, “Sandokan” affronta temi che risuonano fortemente con la sensibilità contemporanea. Il colonialismo e le sue conseguenze sono al centro della narrazione. La serie non fa sconti nel mostrare la brutalità dell’occupazione britannica, le violenze perpetrate contro le popolazioni locali, l’arroganza di chi si considera portatore di civiltà mentre distrugge culture millenarie.
Lord Brooke è l’incarnazione perfetta di questa mentalità coloniale. Si considera un benefattore, un uomo che sta portando progresso e ordine a popoli che lui vede come selvaggi bisognosi di essere educati. Non si rende conto, o non vuole rendersene conto, che ogni atto di presunta civilizzazione è in realtà un atto di violenza contro l’identità e l’autonomia dei popoli sottomessi. È un tema di scottante attualità, in un’epoca in cui continuiamo a fare i conti con l’eredità del colonialismo e con forme moderne di imperialismo culturale ed economico.
Marianna rappresenta il risveglio di una coscienza. Cresciuta dentro il sistema coloniale, ne accetta inizialmente i privilegi e le giustificazioni. Ma il contatto con Sandokan e con la realtà che lui le mostra la costringono a mettere in discussione tutto quello in cui ha sempre creduto. È un percorso doloroso, perché significa tradire la propria famiglia e classe sociale, ma è anche liberatorio, perché finalmente può essere se stessa senza le maschere imposte dalla società vittoriana.
La ricerca dell’identità è un altro tema centrale. Sandokan non sa chi è realmente, è stato cresciuto come orfano senza conoscere le proprie origini. La scoperta progressiva di essere il figlio di un guerriero dayak, l’erede di una profezia che lo indica come il liberatore del suo popolo, lo costringe a ridefinire completamente la propria esistenza. Non può più essere solo un pirata che vive alla giornata. Deve decidere se accettare il peso di un destino più grande o continuare a fuggire nella libertà senza responsabilità della vita da fuorilegge.
Dal successo italiano alla conquista del mondo
I numeri parlano chiaro. Le quattro serate di “Sandokan” su Rai 1 hanno raccolto ascolti che vanno dai quattro milioni e mezzo ai quasi sei milioni di spettatori, con punte di share che hanno toccato il trentatré percento. In un panorama televisivo frammentato dove superare il venti percento è già considerato un successo, questi numeri sono semplicemente eccezionali.
Il pubblico ha risposto con entusiasmo anche sui social media, dove la serie è diventata trending topic ogni lunedì sera. I fan hanno creato meme, discusso teorie, analizzato ogni dettaglio delle puntate. Can Yaman, che già godeva di una base di ammiratrici fedeli, ha visto la sua popolarità esplodere ulteriormente, conquistando anche chi inizialmente era scettico sulla sua capacità di interpretare un ruolo così iconico.
Ma quello che ha davvero sorpreso è stato l’interesse internazionale. Netflix ha acquisito i diritti per la distribuzione in mercati chiave come Stati Uniti, Canada e Regno Unito, dove la serie debutterà il diciannove gennaio 2026. Non è un’operazione da poco: Netflix è estremamente selettiva nell’acquisizione di contenuti non anglofoni, e il fatto che abbia scelto “Sandokan” testimonia la fiducia nella qualità del prodotto e nel suo potenziale di attrarre pubblico anche al di fuori dell’Italia.
C’è già chi parla di “Sandokan” come del primo vero successo globale di una produzione televisiva italiana dell’era streaming. È presto per dirlo con certezza, ma i presupposti ci sono tutti. La serie ha quella qualità produttiva da cinema che funziona sugli schermi di tutto il mondo, un cast internazionale che può attrarre pubblico diverso, e soprattutto una storia che parla un linguaggio universale fatto di libertà, amore, avventura, tutti elementi che trascendono le barriere culturali.
Una seconda stagione già in cantiere
Il successo ha convinto Rai e Lux Vide a dare subito il via libera a una seconda stagione, che entrerà in produzione nella primavera del 2026 con uscita prevista per il 2027. Can Yaman ha confermato il suo coinvolgimento, così come buona parte del cast principale. La Calabria tornerà a essere il Borneo, gli studi di Formello riapriranno i battenti per ospitare le ricostruzioni scenografiche.
Ma c’è già chi pensa oltre. Maria Pia Ammirati di Rai Fiction e Matilde Bernabei di Lux Vide hanno dichiarato che si sta pianificando anche una terza stagione, con l’ambizione di creare una vera e propria saga televisiva che possa raccontare l’intera epopea di Sandokan così come Salgari l’aveva immaginata nei suoi romanzi. È un progetto ambizioso che richiederebbe anni di lavoro e investimenti considerevoli, ma il successo della prima stagione fa pensare che sia un rischio che vale la pena correre.
C’è anche chi sussurra di un possibile film cinematografico, magari coprodotto con Hollywood, che potrebbe portare Sandokan sui grandi schermi internazionali con un budget ancora più importante. Sono solo voci per ora, ma testimoniano di come questa produzione abbia riacceso la fantasia e l’ambizione di chi fa televisione e cinema in Italia.

Perché “Sandokan” conta per il cinema italiano
Al di là dei numeri e del successo commerciale, “Sandokan” rappresenta qualcosa di importante per l’industria audiovisiva italiana. Dimostra che siamo capaci di produrre contenuti di livello internazionale quando osiamo scommettere su progetti ambiziosi invece di ripiegare sempre sulla comfort zone della commedia all’italiana o del dramma familiare.
Dimostra che il pubblico italiano ha ancora fame di grandi storie, di narrazioni che sappiano trasportare altrove, che offrano evasione intelligente senza rinunciare a parlare di temi importanti. Dimostra che possiamo competere sul mercato globale non cercando di imitare le produzioni americane ma valorizzando quello che sappiamo fare bene: storie con cuore, personaggi con spessore, bellezza visiva che nasce dalla nostra terra e dalla nostra cultura.
E dimostra anche che la collaborazione tra servizio pubblico e produzione privata può generare risultati eccellenti quando c’è una visione condivisa e la volontà di investire nella qualità. Rai Fiction e Lux Vide hanno lavorato insieme con un obiettivo comune, mettendo da parte le beghe burocratiche e le prudenze eccessive per dare vita a qualcosa di davvero speciale.
Un regalo per questo inizio anno
Ora che le quattro serate su Rai 1 si sono concluse, “Sandokan” rimane disponibile integralmente su RaiPlay, dove può essere visto e rivisto senza fretta. È il regalo perfetto per queste feste natalizie, per chi cerca qualcosa di diverso dai soliti film stagionali, per chi vuole evadere dalla routine senza spegnere completamente il cervello.
Il diciannove gennaio, la serie approderà su Netflix negli Stati Uniti, Canada e Regno Unito, portando questa storia tutta italiana davanti agli occhi di decine di milioni di potenziali spettatori. Sarà interessante vedere come reagirà il pubblico anglofono a questa epopea esotica, se saprà apprezzarne le qualità o se rimarrà troppo legato ai propri riferimenti culturali per lasciarsi conquistare.
Ma a prescindere da come andrà l’avventura internazionale, “Sandokan” ha già ottenuto il suo successo più importante: ha dimostrato che l’Italia può ancora raccontare grandi storie, che abbiamo talento, risorse e creatività per competere nel panorama audiovisivo globale. Non è poco, in un’epoca in cui spesso sembra che il nostro paese abbia rinunciato ad avere ambizioni che vadano oltre i confini nazionali.
Lasciate che Sandokan vi porti nel Borneo del 1841, dove si combatte per la libertà e l’amore vale più dell’oro. Non ve ne pentirete. E chissà, magari scoprirete che le storie più belle non hanno bisogno di effetti speciali mozzafiato o budget da blockbuster hollywoodiano. Hanno bisogno solo di personaggi in cui credere, di un mondo in cui perdersi, di emozioni autentiche che continuano a risuonare anche dopo che lo schermo si è spento.
Perché Sandokan, oggi come cinquant’anni fa, è molto più di un pirata avventuroso. È un simbolo di libertà che non conosce tempo né confini, un sogno di ribellione contro ogni forma di oppressione, un promemoria che a volte vale la pena combattere anche quando le probabilità di vittoria sembrano impossibili. E questo è un messaggio che non invecchia mai.
