C’è qualcosa di profondamente liberatorio nello spegnere le lucine colorate dell’albero e immergersi in storie che non hanno nulla a che fare con Babbo Natale o renne volanti. Non per cinismo o rifiuto della magia delle feste, ma perché il cinema vero, quello che lascia il segno, non conosce stagioni né ricorrenze. Vive di una propria necessità, parla alla parte più profonda di noi indipendentemente dal calendario. E Amazon Prime Video lo sa bene, tanto da aver costruito per questo dicembre un catalogo che spazia dai capolavori fantasy agli affreschi intimisti, dalle saghe leggendarie alle storie minori ma non meno intense.
Abbiamo scelto cinque film che rappresentano altrettante ragioni per cui vale la pena accendere lo schermo in queste serate natalizie. Cinque storie diverse per genere, epoca e sensibilità, ma unite dalla stessa capacità di trasportarci altrove, di farci dimenticare il mondo fuori dalla finestra per immergerci completamente in quello che si apre sullo schermo.
Il Signore degli Anelli, la trilogia che ha cambiato per sempre il cinema fantasy
Dal quindici dicembre Amazon Prime Video ha reso disponibile l’intera trilogia de “Il Signore degli Anelli” diretta da Peter Jackson, e questa è una di quelle notizie che fa battere il cuore a chiunque abbia anche solo un briciolo di passione per il cinema. Perché non stiamo parlando semplicemente di tre film di successo, ma di un’opera monumentale che ha ridefinito cosa significa portare la letteratura fantasy sullo schermo, che ha dimostrato come l’ambizione visionaria possa sposarsi con il rigore narrativo, che ha creato un universo cinematografico così completo e convincente da diventare parte dell’immaginario collettivo.
La storia la conosciamo tutti, almeno nelle sue linee generali. Nella Terra di Mezzo, un hobbit di nome Frodo Baggins eredita un anello magico che si rivela essere l’Unico Anello forgiato dal signore oscuro Sauron per dominare tutti gli altri popoli. L’unico modo per salvare il mondo dalla tirannia è distruggere l’anello gettandolo nelle fiamme del Monte Fato, nel cuore stesso del regno di Sauron. Ma il viaggio è lungo, pericoloso, e l’anello stesso corrompe chiunque lo porti, sussurrandogli promesse di potere mentre lentamente divora la sua anima.
Peter Jackson ha impiegato tre anni per girare i tre film contemporaneamente in Nuova Zelanda, una scommessa produttiva senza precedenti che avrebbe potuto trasformarsi in un disastro colossale. Invece è diventata una delle imprese più riuscite nella storia del cinema. Ogni aspetto della produzione è stato curato con una dedizione maniacale: dai costumi alle armature, dalle location naturali trasformate in regni fantastici agli effetti speciali che mescolano sapientemente miniature, computer grafica e riprese dal vero.
Ma quello che rende davvero speciale questa trilogia non è lo spettacolo visivo, per quanto impressionante. È la capacità di Jackson di non perdere mai di vista il cuore emotivo della storia. Sotto le battaglie epiche e i mostri terrificanti c’è una riflessione profonda sull’amicizia, sul coraggio dei piccoli di fronte all’immensità del male, sulla tentazione del potere e sulla forza necessaria per resisterle. Frodo e Sam, il servo fedele che lo accompagna fino alla fine, incarnano una purezza d’animo che contrasta drammaticamente con la corruzione che li circonda.
Il cast è perfetto in ogni singolo ruolo. Elijah Wood porta sullo schermo la graduale trasformazione di Frodo da innocente hobbit a essere consumato dal peso dell’anello. Ian McKellen crea un Gandalf che è insieme saggio e guerriero, guida spirituale e combattente. Viggo Mortensen dà ad Aragorn la gravitas di un re riluttante che deve accettare il proprio destino. E Sean Astin, nel ruolo apparentemente secondario di Sam, regala alcuni dei momenti più toccanti dell’intera trilogia, ricordandoci che gli eroi veri sono quelli che non mollano mai, anche quando tutto sembra perduto.
La colonna sonora di Howard Shore è un capolavoro a sé stante, capace di evocare la grandezza epica della storia quanto la sua intimità emotiva. Ogni tema musicale è associato a un popolo, un luogo o un personaggio, creando un tessuto sonoro ricchissimo che accompagna e amplifica la narrazione visiva.
Rivedere oggi questa trilogia, oltre vent’anni dopo l’uscita del primo capitolo, è riscoprire quanto cinema possa essere fatto quando si ha una visione chiara, i mezzi per realizzarla e soprattutto il rispetto per il materiale di partenza. Jackson non ha tradito il romanzo di Tolkien, lo ha tradotto nel linguaggio cinematografico con una fedeltà che va oltre la semplice riproduzione delle scene. Ha catturato lo spirito dell’opera, quella mescolanza di epicità e intimità, di grandezza e malinconia che fa della Terra di Mezzo un luogo tanto fantastico quanto profondamente umano.
The Bikeriders, il ritratto malinconico di un’epoca perduta
Dal diciannove dicembre è disponibile su Prime Video “The Bikeriders”, il film di Jeff Nichols che racconta l’ascesa e la caduta di un club di motociclisti negli anni Sessanta e Settanta. È un’opera che parte da un libro fotografico di Danny Lyon per costruire qualcosa di più complesso e sfumato: non un semplice ritratto nostalgico di un’epoca passata, ma una riflessione su cosa significhi appartenere a qualcosa, sul prezzo della libertà, sulla fragilità delle comunità costruite attorno a ideali che prima o poi si sgretolano.
La storia è raccontata attraverso gli occhi di Kathy, interpretata da una straordinaria Jodie Comer, l’unica donna che riesce davvero a entrare in quel mondo chiuso e maschile. Kathy incontra Benny in un bar, un motociclista dal fascino selvaggio e imprendibile interpretato da Austin Butler, e se ne innamora con la stessa intensità con cui Benny ama la sua moto e il club a cui appartiene. I Vandals, questo il nome della banda, sono guidati da Johnny, un uomo carismatico e complesso che Tom Hardy interpreta con quella sua caratteristica capacità di essere insieme magnetico e impenetrabile.
All’inizio i Vandals sono poco più che un gruppo di amici che condividono la passione per le moto e il desiderio di stare insieme, di sentirsi parte di qualcosa di più grande di loro stessi. Si riuniscono, bevono, corrono sulle strade di campagna del Midwest, si sentono liberi in un modo che il mondo normale non permette. Ma col passare degli anni il club cambia. Arrivano elementi più violenti, criminali veri che vedono nei Vandals non una comunità ma un’opportunità. La libertà diventa anarchia, la ribellione diventa brutalità, quello che era un rifugio si trasforma in una trappola.
Jeff Nichols costruisce il film con una sensibilità particolare. Non giudica mai i suoi personaggi, non li riduce a stereotipi né cerca di romanticizzarli. Li osserva con uno sguardo che è insieme affettuoso e lucido, che capisce il fascino di quella vita ma ne vede anche i limiti e le contraddizioni. La fotografia ricostruisce perfettamente l’atmosfera degli anni Sessanta, quella luce particolare, quei colori leggermente sbiaditi che danno a ogni inquadratura il sapore di una fotografia ingiallita ritrovata in un cassetto.
Benny è il personaggio più interessante e più tragico. Non parla molto, non si apre facilmente, vive chiuso in un mondo interiore dove le emozioni sono pericolose quanto la strada. Austin Butler lo interpreta con una fisicità tesa e trattenuta, come un animale sempre pronto a scattare o a fuggire. Il suo legame con Johnny è complesso, fatto di ammirazione e dipendenza, di affetto e di paura di deludere. E il suo amore per Kathy è autentico ma incompleto, perché Benny non sa dare quello che Kathy vorrebbe, non sa scegliere tra lei e il club, tra una vita normale e quella libertà selvaggia che è l’unica cosa che conosce.
Tom Hardy è perfetto nel ruolo di Johnny, un uomo che ha creato i Vandals a propria immagine ma che poi vede quella creazione sfuggirgli di mano. C’è qualcosa di paternalistico in lui, la volontà di proteggere i suoi ragazzi, di mantenere vivo quello spirito originario. Ma la storia va avanti, i tempi cambiano, e quello che funzionava negli anni Sessanta non ha più senso negli anni Settanta. Johnny non è più giovane, non è più in grado di tenere a bada gli elementi violenti, e deve accettare che il suo sogno è finito.
“The Bikeriders” non è un film facile. Non offre risposte semplici o soluzioni consolatorie. È un’opera malinconica che parla di perdita, di come le cose belle finiscano sempre per corrompersi o dissolversi, di come la nostalgia per quello che è stato possa diventare una prigione. Ma è anche un film profondamente umano, che ama i suoi personaggi nonostante i loro difetti, che capisce perché si sono persi anche se non può salvarli.
The Equalizer, Denzel Washington e la giustizia come ossessione
Dal quattro dicembre è tornato disponibile “The Equalizer”, il film che nel 2014 ha segnato la prima collaborazione tra Denzel Washington e il regista Antoine Fuqua dopo il successo di “Training Day”. È un thriller d’azione che nasconde sotto la superficie adrenalinica una riflessione più profonda sulla giustizia, sulla violenza e sulla possibilità di redenzione per chi ha vissuto troppo a lungo nell’ombra.
Denzel Washington interpreta Robert McCall, un uomo apparentemente normale che lavora in un negozio di bricolage, vive da solo in un appartamento anonimo, frequenta un diner di notte dove legge i classici della letteratura mentre sorseggia tè. È educato, calmo, quasi invisibile. Ma sotto quella facciata tranquilla si nasconde un passato che lo tormenta. McCall è stato un agente segreto delle forze speciali, un uomo addestrato a uccidere con efficienza chirurgica, e ha cercato di lasciarsi tutto alle spalle fingendo la propria morte e ricostruendosi un’esistenza normale.
La sua nuova vita viene sconvolta quando incontra Teri, una giovane prostituta sfruttata dalla mafia russa. Tra loro nasce un’amicizia discreta, fatta di piccole conversazioni notturne al diner, di consigli e silenzi comprensivi. Quando Teri viene brutalmente picchiata dai suoi sfruttatori, qualcosa si spezza in McCall. Non può più restare a guardare, non può più fingere di essere solo un cittadino qualunque. E così risveglia il guerriero che credeva di aver sepolto, usando le sue abilità letali per fare quello che la legge non può o non vuole fare: eliminare i criminali e proteggere gli innocenti.
Il film gioca intelligentemente con il genere del vigilante, quella figura ricorrente nel cinema americano dell’uomo solitario che si fa giustizia da solo. Ma mentre molti film di questo tipo celebrano acriticamente la violenza del protagonista, “The Equalizer” mantiene una certa ambiguità. McCall non è presentato come un eroe senza macchia, ma come un uomo profondamente segnato dalla violenza che ha visto e commesso, che cerca la redenzione aiutando gli altri ma che sa bene quanto sia sottile il confine tra giustizia e vendetta.
Denzel Washington è semplicemente perfetto nel ruolo. Porta sullo schermo un’intensità trattenuta, una calma che non è assenza di emozioni ma controllo assoluto su di esse. Quando McCall entra in azione è metodico, preciso, usa l’ambiente circostante come arma trasformando un ferramenta in un campo di battaglia mortale. Le scene d’azione sono coreografate con intelligenza, privilegiando la strategia rispetto al caos, mostrando come un uomo addestrato possa neutralizzare avversari anche molto più numerosi se sa leggere lo spazio e anticipare i movimenti.
Il regista Antoine Fuqua costruisce un’atmosfera cupa e opprimente. La Boston notturna del film è una città dove la luce arriva sempre dall’alto, tagliando l’oscurità senza davvero illuminarla. È un mondo di periferie dimenticate, di persone invisibili ai più, di soprusi quotidiani che nessuno sembra notare o voler fermare. In questo contesto McCall diventa una sorta di angelo vendicatore, ma un angelo consapevole di quanto sangue abbia sulle mani e di quanto ne aggiungerà ancora.
Il film ha avuto un successo tale da generare due seguiti, ma è questo primo capitolo a conservare la maggior forza. C’è ancora la freschezza della scoperta, il piacere di vedere Denzel Washington creare un nuovo personaggio iconico, l’equilibrio precario tra thriller psicologico e action movie che i sequel tenderanno a sbilanciare verso l’azione pura. “The Equalizer” ricorda che anche nel cinema di genere c’è spazio per la complessità, per personaggi che non sono semplicemente buoni o cattivi ma esseri umani che cercano di navigare le zone grigie dell’esistenza.
Angeli e demoni, il ritorno di Robert Langdon tra Vatican City e antichi segreti
Dal nove dicembre è tornata disponibile l’intera trilogia basata sui romanzi di Dan Brown, e in particolare merita una menzione “Angeli e demoni”, il secondo capitolo cinematografico ma il primo romanzo della serie. Tom Hanks riprende il ruolo del professor Robert Langdon, simbologista di Harvard che si trova coinvolto in una corsa contro il tempo attraverso i luoghi più sacri e segreti di Roma.
La trama è costruita con quella meccanica da orologeria che caratterizza i romanzi di Brown. Quattro cardinali papabili vengono rapiti alla vigilia del conclave che deve eleggere il nuovo Papa. Un misterioso assassino minaccia di ucciderli uno alla volta in luoghi simbolici legati agli antichi elementi: terra, aria, fuoco e acqua. E come se non bastasse, una bomba ad antimateria rubata dal CERN minaccia di distruggere l’intera Città del Vaticano in poche ore.
Langdon viene chiamato dalla Chiesa per decifrare gli indizi lasciati dai rapitori, indizi che rimandano agli Illuminati, una società segreta che secondo la leggenda si era opposta al potere della Chiesa durante l’Illuminismo. La caccia diventa una corsa frenetica attraverso le chiese barocche di Roma, le piazze di Bernini, i passaggi segreti che collegano il Vaticano, mentre il tempo scorre inesorabile e i cardinali muoiono uno dopo l’altro secondo un rituale macabro.
Ron Howard dirige il film con ritmo serrato, trasformando Roma in un labirinto di simboli e segreti. La fotografia di Salvatore Totino cattura la bellezza mozzafiato della città eterna ma anche il suo lato oscuro, le ombre che si allungano sui sampietrini quando cala la sera, gli angoli nascosti dove la storia ha sepolto i suoi misteri. Ogni location diventa un personaggio a sé stante, ogni chiesa racconta una storia che si intreccia con quella principale.
Tom Hanks porta sullo schermo un Langdon più dinamico e coinvolto rispetto al romanzo. Non è solo un intellettuale che risolve enigmi dalla sua cattedra, ma un uomo che si sporca le mani, che corre, che rischia la vita pur di salvare gli innocenti. Al suo fianco c’è Ayelet Zurer nei panni della scienziata Vittoria Vetra, la cui ricerca sull’antimateria è stata rubata e trasformata in un’arma. Tra loro si crea un’intesa che bilancia l’aspetto intellettuale dell’indagine con quello emotivo della minaccia imminente.
Il film solleva anche questioni interessanti sul rapporto tra scienza e fede, tra ragione e spiritualità. Non prende posizione in modo banale per l’una o l’altra parte, ma suggerisce che forse il conflitto è meno insanabile di quanto sembri, che scienza e religione possono coesistere se entrambe accettano i propri limiti e rispettano il mistero che nessuna delle due può completamente penetrare.
Certo, “Angeli e demoni” non è un capolavoro. Ha i difetti tipici dei thriller basati sui romanzi di Brown: soluzioni a volte troppo comode, coincidenze un po’ forzate, una certa tendenza alla semplificazione di questioni storiche complesse. Ma funziona perfettamente come intrattenimento intelligente, come film che tiene incollati allo schermo mentre fa correre la mente, che mescola cultura e suspense in un modo che il cinema americano mainstream raramente riesce a fare.
Kung Fu Panda, quando l’animazione incontra la filosofia zen
Dal primo dicembre è tornata disponibile l’intera trilogia di “Kung Fu Panda”, e il primo capitolo rimane forse il più riuscito, quello che ha stabilito le basi narrative e filosofiche che i seguiti avrebbero sviluppato. È un film d’animazione che parla ai bambini ma che nasconde sotto la superficie colorata e divertente una riflessione profonda sull’accettazione di sé, sul superamento dei propri limiti e sulla vera natura della grandezza.
Po è un panda gigante goffo e sovrappeso che lavora nel ristorante di noodles del padre adottivo, un’oca che sogna che il figlio erediti la sua attività. Ma Po ha un sogno diverso: diventare un maestro di kung fu come i Cinque Cicloni, i leggendari guerrieri che proteggono la Valle della Pace. È un sogno impossibile, ridicolo. Po non ha alcun addestramento, è troppo grasso per muoversi con agilità, passa le giornate a fantasticare davanti alle action figure dei suoi eroi piuttosto che allenarsi.
Poi, per una serie di coincidenze apparentemente casuali, Po viene scelto come il Guerriero Dragone, colui che secondo un’antica profezia è destinato a salvare la valle dalla minaccia di Tai Lung, un leopardo delle nevi che un tempo era stato il più promettente allievo del maestro Shifu ma che si era corrotto dall’ambizione e dalla rabbia. Nessuno crede che Po possa davvero essere il prescelto, meno che tutti il maestro Shifu, che vede nel panda grassoccio solo uno scherzo crudele del destino.
Il genio del film sta nel modo in cui trasforma quello che potrebbe essere un cliché del perdente che diventa eroe in qualcosa di più sottile e profondo. Po non diventa improvvisamente magro e atletico, non scopre poteri nascosti che lo rendono invincibile. Il suo percorso è diverso: imparare ad accettarsi per quello che è, a trasformare quello che sembrava un limite in un punto di forza, a capire che la vera grandezza non sta nel diventare qualcun altro ma nel realizzare pienamente se stessi.
La scena chiave del film è quella in cui Po, scoraggiato e convinto di essere un fallimento, trova conforto mangiando. Il maestro Shifu ha un’illuminazione: Po diventa straordinario quando è motivato dal cibo. E così costruisce un metodo di addestramento che usa quella motivazione per insegnare al panda i movimenti del kung fu. È una soluzione che potrebbe sembrare comica, e lo è, ma che contiene anche una verità profonda: l’apprendimento vero avviene quando si parte da quello che siamo, non da quello che vorremmo essere.
L’animazione è spettacolare, con scene di combattimento coreografate come in un vero film di arti marziali ma arricchite dalle possibilità del mezzo animato. La battaglia finale tra Po e Tai Lung è un capolavoro di dinamismo e invenzione visiva, dove ogni movimento ha un peso e una conseguenza, dove la comicità si fonde perfettamente con l’epicità dell’azione.
Ma al di là della tecnica, quello che rende “Kung Fu Panda” speciale è il suo cuore. È un film che parla di padri e figli, di aspettative e delusioni, di come l’amore vero significhi accettare l’altro per quello che è piuttosto che cercare di plasmarlo secondo i propri desideri. Il rapporto tra Po e il padre adottivo, tra Po e il maestro Shifu, tra Shifu e Tai Lung sono tutti variazioni sullo stesso tema: la difficoltà e la necessità di lasciar andare, di accettare che le persone che amiamo non saranno mai esattamente come le volevamo ma che questo non le rende meno preziose.
Perché questi film meritano il vostro tempo
Guardare questi cinque titoli nel loro insieme rivela la ricchezza del catalogo che Prime Video offre in questo dicembre. C’è l’epica fantasy che ci trasporta in mondi impossibili, il dramma intimista che racconta l’America profonda e le sue contraddizioni, il thriller d’azione che nasconde riflessioni morali complesse, l’avventura intellettuale attraverso i segreti della storia, l’animazione che parla al bambino che è in noi senza mai banalizzare.
Sono film che chiedono allo spettatore di mettersi in gioco, di non limitarsi a lasciarsi intrattenere ma di pensare, di sentire, di lasciare che le storie entrino dentro e lavorino anche dopo che lo schermo si è spento. E questa è esattamente la funzione del grande cinema, indipendentemente dal genere o dal budget: aprire finestre su mondi diversi, permetterci di vivere vite che non sono la nostra, farci riflettere su chi siamo e chi vorremmo essere.
Questo Natale prendetevi il tempo di vedere almeno uno di questi film. Spegnete il telefono, abbassate le luci, lasciatevi trasportare nella Terra di Mezzo o sulle strade polverose del Midwest, seguite Robert McCall nella sua crociata solitaria o Robert Langdon nelle chiese barocche di Roma, ridete con Po mentre impara a credere in se stesso.
Il grande cinema, quello vero, quello che non invecchia mai, no.
