“E se dico una cavolata?”: come smettere di aver paura del giudizio (e iniziare a essere te stesso)

Nunzia G.

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ragazza con mano davanti alla bocca

Molto probabilmente è capitato anche te più volte: sei lì, con gli amici o in classe, e ti viene in mente qualcosa da dire, magari una battuta, o anche qualcosa di profondo. Un’osservazione. Ma poi… niente.

Ti fermi. Ti chiedi: E se dico una cavolata?”, “E se mi guardano male?”, “E se poi pensano che sono strano?”. Risultato: resti in silenzio, e magari poco dopo senti qualcun altro dire esattamente quello che pensavi tu. Un’occasione persa per paura del giudizio. Succede a tantissimi tuoi coetanei. E anche a qualche adulto, in verità.

Alla tua età però è quasi normale: vogliamo essere parte del gruppo e l’idea di essere giudicati ci fa sentire vulnerabili. Ma c’è un segreto che nessuno ti dice: gli altri sono troppo impegnati a preoccuparsi di cosa pensi tu di loro per analizzare ogni tua singola parola. Un po’ come quando vai a ballare e hai vergogna perché pensi che tutti ti guardino e ti trovino buffo. Invece nessuno ti sta guardando, perché state facendo tutti la stessa cosa.

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Insomma, sai quanti sono nella tua stessa situazione? Provano le stesse paure che stai provando tu in quel momento? Il che, mi rendo conto, non ti fa sentire certo meglio. Lo so. È solo per farti sentire meno solo e non diverso.

Alla tua età, l’unica cosa che conta davvero è sentirsi parte di qualcosa. Essere inclusi. Per riuscirci, spesso diventiamo dei campioni di adattamento. Magari diciamo di sì a un’uscita che non ci va, ridiamo a una battuta che non fa ridere o, peggio, ci sforziamo di essere qualcuno che non siamo solo per seguire il “mood” del momento o l’ultima tendenza social.

È una specie di istinto di sopravvivenza digitale: osserviamo il gruppo, capiamo di cosa ridono e come parlano, e cerchiamo di copiare le loro regole non scritte. Il problema è che, a forza di cambiare personalità a seconda di chi abbiamo davanti, rischiamo di dimenticarci chi siamo noi quando non c’è nessuno a guardarci.

La vergogna

Ma quanto conta davvero quello che dici?

Hai presente quando fai una battuta (dopo averne trovato il coraggio) e nessuno ride? Ecco, ci siamo passati tutti. Quella sensazione di gelo che rimane nell’aria. In quel momento vorresti sparire, ma la realtà è molto meno drammatica di come la proietta la tua testa. Facci caso, quando abbiamo paura di affrontare qualcosa, immaginiamo gli scenari peggiori. La pensiamo sempre molto peggio di come poi è in realtà. E dopo ti dici “non pensavo fosse così facile invece, a saperlo prima…”.

Ecco, ora ti svelo quello che ho scoperto dopo anni di paranoie: innanzitutto sei il tuo critico più cattivo. Ovvero, passi ore a ripensare a quella frase “sbagliata”, mentre gli altri hanno già cambiato discorso da un pezzo. Ne vale la pena? Ci stai pensando solo tu perché solo per te è importante. Ma la memoria degli altri è cortissima. Prova a ricordare ogni singola frase detta dai tuoi amici oggi in un dato momento. Non ci riesci, vero? Ecco, nemmeno loro ricordano la tua.

E poi, non è così importante. Spesso diamo un peso enorme a momenti che, per il resto del mondo, durano quanto una story di Instagram. Un niente. Come un gossip che rimbalza sul web o sui giornali, per una giornata. Poi sarà già dimenticato, perché ne arriverà un altro. O semplicemente la gente va avanti con la sua vita.

Ora scatta il momento paternale: prova a farti questa domanda: “Nelle ultime settimane, quante volte sono stato davvero io?”.

Se senti di dover recitare una parte per essere accettato, forse il problema non è quello che dici, ma con chi lo dici. I veri amici sono quelli che non ti fanno sentire “sotto esame”. Anzi, le persone più interessanti sono quasi sempre quelle che hanno il coraggio di distinguersi, anche a costo di dire la cosa fuori dal coro.

Lo so che ti sembra impossibile, perché oggi siamo costantemente immersi nei social dove sembra esserci una guida invisibile per tutto: come vestirti, come truccarti, quali parole usare per non sembrare “boomer” o “cringe”. A volte sembra che per essere accettati si debba seguire un copione scritto da qualcun altro.

Lo so, omologarsi è la scelta più facile. Ti nascondi nel mucchio, non rischi figuracce e ti senti al sicuro. È come mettere un filtro che uniforma tutto: rassicurante, certo, ma alla fine ti spegne un po’.

Il punto è che ci siamo abituati a vedere tutti che fanno e dicono le stesse cose, tanto che quando qualcuno se ne esce con un’idea originale o si comporta in modo autentico, ci sembra quasi strano. Eppure, prova a pensare alle persone che segui con più interesse o a quegli amici che ti piacciono davvero: sono quelli che fanno copia-incolla degli altri o quelli che hanno quel “non so che” di diverso?

Impara a riderci su

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Scegliere di essere una fotocopia ti regala qualche like facile o un cenno di approvazione dal gruppo, ma il prezzo è che smetti di essere tu. Non lasciare che la paura di non essere “uguale agli altri” ti tolga la parola. Alla fine le persone che lasciano il segno sono quelle che hanno avuto il coraggio di rompere gli schemi, anche solo con una battuta fuori dal coro.

Praticamente, non devi scalare l’Everest o fare un discorso davanti a tutta la scuola. Inizia dalle piccole cose.

La prossima volta che sei con gli amici, prova a dire la tua su qualcosa di “innocuo”: quel nuovo panino del fast food che ti ha deluso, una serie TV che tutti amano ma che a te fa dormire, o quel pezzo trap che proprio non ti convince. Esprimere un’opinione diversa su una cavolata è l’allenamento perfetto. Vedrai che il mondo non crolla e, anzi, spesso qualcuno ti darà ragione dicendo: “Ah, allora non sono l’unico a pensarlo!”.

E se la figuraccia la fai davvero? In quel momento hai due strade. Puoi morire dentro (metaforicamente, s’intende) e ripensarci per i prossimi tre anni, oppure puoi togliere potere alla situazione. Come? Facendo autoironia.

Una battuta del tipo “Ok, questa era pessima, la ritiro” o “Scusate, il mio cervello è andato in crash un secondo” rompe il ghiaccio istantaneamente. Quando sei tu il primo a ridere di te stesso, togli agli altri la possibilità di usarti come bersaglio. Una “gaffe” ammessa col sorriso diventa solo un aneddoto divertente, non un trauma.

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