Pamela, a love story su Netflix: finalmente Pamela Anderson racconta la sua verità (ed è bellissimo)

Ana Maria Perez

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Pamela Anderson bionda in costume da bagno rosso con salvagente arancione.

Per decenni, tutti hanno raccontato la storia di Pamela Anderson tranne Pamela Anderson. I tabloid, le riviste, i gossip show, perfino Hollywood con Pam & Tommy su Disney+. Tutti pensavano di conoscerla: la bagnina di Baywatch, il sex symbol degli anni ’90, la donna del sex tape con Tommy Lee. Ma chi è davvero Pamela Anderson?

Pamela, a love story è la risposta. Ed è molto più dolce, onesta e commovente di quanto vi aspettiate. Non aspettatevi scandali, rivelazioni shock o vendette. Questo documentario Netflix diretto da Ryan White (The Keepers) è esattamente ciò che il titolo promette: una storia d’amore. L’amore di Pamela per i suoi figli, per la sua famiglia, per la vita stessa. E soprattutto, l’amore di una donna che ha imparato finalmente ad amare se stessa.

Uscito il 31 gennaio 2023 in contemporanea con la pubblicazione della sua autobiografia Love, Pamela, il documentario ha conquistato critica e pubblico: 96% su Rotten Tomatoes, nomination agli Emmy, e milioni di spettatori che hanno scoperto una Pamela completamente diversa da quella che credevano di conoscere.

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La ragazza del Canada che è diventata un’icona (e poi ne ha pagato il prezzo)

Il documentario si apre con Pamela che inserisce una cassetta in un videoregistratore. “Spero di non apparire nuda nel video”, dice maliziosamente. Ovviamente allude al sex tape con Tommy Lee, in parte responsabile di averle distrutto la carriera. Ma questa volta la storia la racconta lei, attraverso video personali mai visti prima, diari intimi, e la sua voce fuori campo che ci guida attraverso 30+ anni di vita sotto i riflettori.

Scopriamo una Pamela vulnerabile, goffa, dolce. Cresciuta in una piccola città del Canada (Ladysmith, British Columbia), molestata da una babysitter a 6 anni, violentata a 12, vittima di abusi. Ma mai amara. Mai cinica. “Sono una romantica”, ripete più volte. E lo è davvero.

La vediamo bambina, con sogni semplici. Poi arriva Playboy nel 1989 (la scoprirono allo stadio durante una partita dei BC Lions, dove veniva mostrata sul maxischermo). Poi Baywatch nel 1992, che la trasforma nella donna più desiderata del pianeta. Poi i matrimoni: Tommy Lee (il grande amore), Kid Rock, Rick Salomon (due volte). Poi i figli: Brandon e Dylan, le uniche persone per cui avrebbe fatto qualsiasi cosa.

Il sex tape: la cicatrice che non guarisce

Il cuore del documentario è inevitabilmente il sex tape rubato nel 1995. Ma qui Pamela lo affronta finalmente con le sue parole. “Ho bloccato quella cassetta rubata dalla mia vita per poter sopravvivere. E ora che sta tornando, mi viene la nausea”, dice riferendosi alla serie Pam & Tommy.

Mentre tutti guadagnavano milioni (il video generò oltre 77 milioni di dollari), Pamela si concentrava sulla sua famiglia. Rifiutò di capitalizzare sullo scandalo, rifiutò offerte milionarie, cercò solo di proteggere i suoi figli. Il figlio Brandon (che produce questo documentario) spiega quanto la madre sia stata indebitata per la maggior parte della sua vita proprio per questa scelta.

Ma quello che colpisce è l’assenza di rancore. Pamela non punta il dito, non cerca vendetta. Vuole solo che la gente capisca: non era una star che cercava attenzione. Era una donna cui hanno rubato l’intimità, e che ha dovuto ricostruire una carriera con i pezzi rimasti.

Ryan White: il regista giusto per la storia giusta

Ryan White (già dietro The Keepers e Ask Dr. Ruth) dirige con sensibilità e rispetto. Non cerca di trasformare Pamela in una martire né in un’eroina. La mostra semplicemente per quello che è: una donna complessa, con luci e ombre, che ha fatto errori ma ha sempre seguito il cuore.

Il montaggio alterna interviste recenti (Pamela senza trucco, nei suoi ranch in Canada, con i suoi animali) a materiale d’archivio incredibile: video familiari, dietro le quinte di Baywatch, momenti intimi con Tommy Lee. È tutto molto crudo, genuino, zero filtri.

La struttura è classica, quasi tradizionale – alcuni critici l’hanno definita “più tranquilla di quanto il pubblico vorrebbe” – ma è esattamente come Pamela la preferirebbe. Come scrive Rotten Tomatoes: “usando una struttura standard, Pamela, a love story ricontestualizza la vita molto pubblica del soggetto con effetto stimolante”.

Cosa dice chi l’ha vista (e vi commuoverete)

Le recensioni del pubblico sono unanimi: questo documentario cambia completamente la percezione di Pamela Anderson. Su IMDb, uno spettatore scrive: “Raramente mi piacciono i documentari sulle persone famose perché sembrano sempre una grande cosa da ego. Ma questo ritratto di Pamela, questa donna onesta e dolce, mi ha ipnotizzato”.

Un’altra recensione: “Non sapevo molto di Pamela Anderson al di fuori dell’icona sexy, Baywatch e il matrimonio con Tommy Lee. La sua storia è ispiratrice, onesta, trasparente e senza trucco. È una sopravvissuta e la sua storia è un racconto spudorato di sopravvivenza”.

E ancora: “All’inizio mi chiedevo perché si chiama ‘una storia d’amore’, ma una volta visto ho capito. Questa è una storia d’amore su tutto l’amore che Pamela Anderson ha dato e continua a dare a tutti nella sua vita”.

Il documentario ha anche vinto il cuore della Gen Z, che la conosceva solo attraverso meme e riferimenti culturali. Hanno scoperto una donna gentile, vulnerabile, genuina. Una che sorride con gli occhi, che ama i suoi animali, che farebbe qualsiasi cosa per i figli.

I miti sfatati e le verità rivelate

Pamela, a love story sfata diversi miti:

  • non era una “dumb blonde”: era solo gentile e fiduciosa;
  • il sex tape non l’ha resa ricca: l’ha quasi rovinata finanziariamente;
  • non cercava attenzione: cercava solo di vivere la sua vita;
  • non era ossessionata dalla fama: voleva solo una famiglia;
  • non rimpiange nulla: “Ho fatto una carriera con i pezzi che rimanevano”.

E rivela verità che pochi conoscevano: la violenza domestica subita, le difficoltà economiche, il prezzo pagato per essere un sex symbol, l’isolamento che deriva dall’essere ridotta a un’immagine.

Un documentario necessario (e poetico)

In un’epoca di documentari-denuncia e doc-scandalo, Pamela, a love story è qualcosa di diverso: è gentile. È poetico. È fatto con amore (letteralmente prodotto dal figlio che vuole che il mondo veda la vera madre).

Come scrive The Blonde Salad: “Questo documentario è stato realizzato con tale gusto. È stato davvero poetico”. E IndieWire aggiunge: “serve come promemoria per apprezzare queste stelle quando brillavano più luminose invece di aspettare che cadessero dal firmamento”.

Non è perfetto: a tratti è troppo indulgente, evita alcuni argomenti spinosi, e il messaggio può sembrare contraddittorio (vuole privacy ma fa un documentario). Ma è autentico, crudo, genuino. Come Pamela stessa.

Le considerazioni di tveserie.it

Pamela, a love story è un documentario che tutti dovrebbero vedere. Non perché Pamela Anderson sia una santa (non lo è), ma perché è umana. E per decenni l’abbiamo trattata come un oggetto, un’immagine, un meme.

Questo documentario ci ricorda che dietro ogni icona c’è una persona. Con sogni, paure, cicatrici. E che forse dovremmo smetterla di credere di conoscere qualcuno solo perché abbiamo visto le sue foto su una rivista.

Come scrive un utente Netflix: “La sua eredità non sarà quel terribile video ma i due bellissimi figli amorevoli che ha cresciuto così bene”. E ha ragione.

Consigliato per: tutti. Davvero, tutti. Chi l’ha amata negli anni ’90, chi l’ha giudicata, chi pensava di conoscerla, e soprattutto chi non l’ha mai capita. Dopo questo documentario, la vedrete con occhi completamente diversi.

Da recuperare: L’autobiografia Love, Pamela (pubblicata in contemporanea, bestseller del New York Times)

P.S. Se volete capire davvero l’impatto culturale di Pamela Anderson, guardate prima Pam & Tommy su Disney+, poi questo documentario. Vi renderete conto di quanto la narrazione possa cambiare quando finalmente parla la persona giusta.

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