Quando la musica è solo rumore: il mistero dell’anedonia musicale

Nunzia G.

cantante con capelli lunghi

Per molti di noi la musica è la colonna sonora di una vita intera, difficile immaginare un’esistenza senza. A cominciare dal quel motivetto che sentivamo nella culla, magari uscito da un vecchio carillon un po’ scordato. Tutti i bambini maneggiano fin dalla più tenera età giochini musicali, e si addormentano al suono di una dolce e rilassante melodia.

La musica inizia praticamente nella culla e non se ne va più. Ci accompagna quando siamo piccoli con le varie canzoncine dedicate, diventa il sottofondo dei primi amori e, diciamocelo, quasi ogni coppia ha quella “famosa canzone” che, appena parte alla radio, fa scattare il momento nostalgia.

Quante volte basta un vecchio motivetto di Natale o una canzone ascoltata in auto durante l’estate per farci tornare indietro nel tempo, come se fossimo di nuovo bambini (o semplicemente più giovani)? La musica ha il potere di riportare alla mente momenti felici e volti che credevamo dimenticati.

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Accompagna anche i nostri traguardi: dai cori ai compleanni fino alla marcia nuziale. È capace di farci venire la pelle d’oca con un solo accordo o di riportarci in un secondo a un’estate di dieci anni fa, facendoci scendere quasi la lacrimuccia. È un linguaggio universale, o almeno così abbiamo sempre pensato.

Eppure, per qualcuno non è affatto così. Qualcuno può ascoltare l’emozionante Bohemian Rapsody dei Queen o una dolcissima Sonata al chiaro di luna di Beethoven e non provare assolutamente nulla. Niente battito accelerato, niente voglia di ballare, niente emozione o pelle d’oca. Solo… rumore. Non stiamo parlando di chi ha problemi di udito, né di chi non ha cultura musicale. Parliamo di persone che hanno un cervello che “gira” in modo un po’ diverso: persone per cui la musica è solo un suono come un altro.

Il pianoforte

Beethoven come il ronzio del frigo: la scienza spiega il perché

Cosa succede tecnicamente nella testa di chi non vibra con le note? Non è che siano persone fredde, anzi. Secondo un team di neuroscienziati dell’Università di Barcellona, come riportato da gazzetta.it, il problema è una specie di ‘cavo staccato’ nel cervello. In pratica, le aree che riconoscono melodia e ritmo non comunicano con il centro della ricompensa nel sistema limbico, la parte del cervello che normalmente ci fa provare piacere davanti a una musica coinvolgente.

Queste persone percepiscono perfettamente gli strumenti, distinguono un violino da una tromba e riconoscono i tempi e le pause, ma il segnale di gioia non parte mai. Non significa che siano prive di emozioni: reagiscono normalmente ad altri stimoli piacevoli, come cibo, giochi o successi personali. Mentre noi abbiamo la pelle d’oca per un assolo di chitarra, per loro è come ascoltare il rumore di un condizionatore o della pioggia: un dato informativo, ma zero emozioni.

Quindi non sono “spenti” in generale. Se vincono al gratta e vinci, se mangiano il loro piatto preferito o fanno sesso, il loro centro del piacere si accende. Come spiega salutedomani.com, la colpa potrebbe essere scritta nel nostro DNA: pare infatti che l’apprezzamento per la musica sia ereditario per oltre il 50%. Se non ti batte il cuore per una sinfonia, potresti semplicemente aver ereditato questa “disconnessione”. Gli scienziati sospettano addirittura che esistano altre forme simili, magari persone che non provano piacere per il cibo (immaginate che tristezza!).

Però, c’è un però. Qualcosa di incredibile, riportato da focus.it. Uno studio della Concordia University ha analizzato il cosiddetto “groove”, ovvero quella spinta irresistibile che ci fa battere il piede o muovere la testa quando sentiamo un ritmo giusto. Si pensava che per muoversi servisse provare piacere, e invece no.

Ballare

Battere il piede per “sentire” qualcosa: il trucco del corpo

I ricercatori hanno scoperto che anche chi è totalmente indifferente alla musica sente comunque lo stimolo di muoversi a tempo. In laboratorio, alcuni partecipanti che dichiaravano di non provare alcuna emozione ascoltando melodie complesse o assoli di chitarra, hanno cominciato spontaneamente a battere il piede o a muovere la testa non appena sentivano un ritmo regolare. Anzi, per queste persone il movimento diventa una sorta di “salvavita”: poiché il loro cervello non reagisce direttamente alle note, iniziano a provare un po’ di piacere proprio grazie al fatto che si muovono, come se il gesto corporeo fosse un ponte tra stimolo e gratificazione.

In pratica, è come se il corpo trovasse una strada secondaria: non mi emoziona quello che sento, ma mi emoziona il fatto che sto ballando. Isaac Romkey, dottorando in Psicologia e autore principale della ricerca, ha commentato: “Ci aspettavamo una risposta piatta, ma non è stato così. Questo implica che per chi ha anedonia musicale il piacere deriva dalla voglia di muoversi. Più in generale, suggerisce che il movimento stesso possa generare piacere”.

Questo fenomeno è così potente che, in alcune culture, persone apparentemente indifferenti alla musica partecipano comunque a danze collettive, lasciandosi guidare dal ritmo senza sentire l’effetto emozionale diretto delle note. Il groove diventa quindi un linguaggio universale del corpo, una forma di piacere che non passa dalle orecchie ma dalle gambe, dalla testa e dal movimento stesso.

La musica, quindi, compie lo stesso il suo miracolo.

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