C’è una fotografia che ci ha colpite più di tutte. È quella di un uomo di settantun anni, Wong si chiama, fotografato davanti ai grattacieli di Hong Kong. Sta aspettando. Sua moglie è rimasta intrappolata nell’incendio del complesso residenziale di Tai Po, dove sono morte centocinquantanove persone. La fotografia lo ritrae di spalle, piccolo di fronte a quegli edifici enormi, nell’attesa di sapere.
Qui in redazione abbiamo passato un pomeriggio a guardare le fotografie dell’anno selezionate da Internazionale. Non è stata una consultazione veloce tra le immagini, come facciamo di solito sui nostri telefoni. Ci siamo sedute, abbiamo aperto la pagina su uno schermo grande e ci siamo prese il tempo di osservare davvero ogni scatto. E alla fine ci siamo accorte che tutte quelle fotografie raccontavano la stessa cosa: il mondo nel 2025 continua a essere un posto dove succedono cose terribili, ma anche dove le persone resistono, aspettano, sperano.

Quello che le immagini dicono senza parole
Le fotografie hanno una forza che le parole spesso non hanno. Ti mostrano qualcosa e tu capisci immediatamente, senza bisogno di spiegazioni. Quest’anno le immagini selezionate da Internazionale parlano soprattutto di guerra, di catastrofi naturali, di sofferenza. La Striscia di Gaza, il conflitto tra Russia e Ucraina, i cicloni nel sudest asiatico. Sono temi che conosciamo, che leggiamo sui giornali, ma vederli fotografati è diverso. Ti arrivano dritti, senza filtri.
Una collega ha detto una cosa che ci ha fatto riflettere: “Quando leggo di centocinquantanove morti in un incendio, è un numero. Quando vedo quell’uomo che aspetta sua moglie, capisco cosa significa davvero quel numero”. È vero. Le fotografie trasformano le statistiche in storie umane, in volti, in attese, in dolore che puoi quasi toccare.
La guerra vista da vicino
Tra le fotografie dell’anno ci sono inevitabilmente quelle dei conflitti in corso. Gaza, l’Ucraina, le tensioni in medio oriente. Noi di Notiziedonna abbiamo sempre un approccio difficile con le immagini di guerra: da un lato sappiamo che è importante vedere, capire, non voltarsi dall’altra parte. Dall’altro ci chiediamo fino a che punto guardare la sofferenza altrui sia giusto, necessario, o se invece diventi voyeurismo.
Quest’anno le fotografie pubblicate da Internazionale non mostrano l’orrore esplicito, quello che ti fa chiudere gli occhi. Mostrano invece le conseguenze: edifici distrutti, persone che scappano, bambini nei rifugi, famiglie separate. È un modo diverso di raccontare la guerra, forse più efficace. Perché quando vedi una madre che tiene in braccio un bambino in un rifugio sotterraneo, capisci cosa significa vivere sotto le bombe. Non hai bisogno di vedere i morti per capire che quella vita lì non è vita.
Una di noi ha una cugina che vive in Ucraina. Non nella zona di guerra diretta, ma abbastanza vicina da dover scendere nei rifugi quando suonano le sirene. Guardando quelle fotografie, ha detto, si è resa conto di quanto fosse fortunata a non dover vivere quella realtà ogni giorno. E quanto sia facile, per chi vive lontano, dimenticare che ci sono persone per cui quella è la quotidianità.
Le catastrofi naturali e il cambiamento climatico
Altre fotografie raccontano le catastrofi naturali: i cicloni nel sudest asiatico, le alluvioni, gli incendi. Anche qui, le immagini mostrano più le conseguenze che l’evento in sé. Case sommerse, persone che cercano di salvare quello che possono, interi villaggi cancellati dall’acqua o dal fuoco.
Noi di Notiziedonna abbiamo riflettuto molto su questo. Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura, è il presente. Ogni anno ci sono sempre più eventi estremi, sempre più distruttivi. E le fotografie lo documentano, ci costringono a vedere. Ma vedere basta? Ci chiediamo spesso cosa possiamo fare noi, nella nostra quotidianità, per non sentirci impotenti di fronte a queste immagini.
Una collega ha raccontato che quando ha visto le fotografie delle alluvioni in Asia, ha pensato all’alluvione in Emilia Romagna di qualche anno fa. “Noi abbiamo avuto aiuti, ricostruzioni, solidarietà. Ma quelle persone lì? Chi le aiuta? Chi ricostruisce le loro case?”. È una domanda che ci siamo fatte tutte, e a cui non abbiamo risposte facili.

I momenti di vita normale
Non tutte le fotografie dell’anno raccontano tragedie. Alcune mostrano momenti di vita quotidiana, elezioni, manifestazioni, celebrazioni. C’è la fotografia del nuovo sindaco di New York, per esempio. O immagini di proteste, di persone che si battono per i propri diritti, di comunità che si riuniscono.
Queste fotografie ci hanno fatto respirare, dopo tutte quelle di guerra e catastrofi. Ci hanno ricordato che il mondo non è fatto solo di sofferenza, che la vita continua, che le persone resistono, si organizzano, sperano. È importante vedere anche questo, secondo noi. Perché se mostri solo la tragedia, rischi di far credere che non ci sia niente da fare, che tutto sia perduto.
Una di noi ha notato una cosa: molte delle fotografie di vita normale mostrano donne. Donne che manifestano, che votano, che si prendono cura, che lavorano. “È bello vedere che quando i fotografi documentano la vita quotidiana, le donne ci sono sempre. Siamo noi che facciamo andare avanti il mondo, anche quando tutto sembra crollare”.
Il ruolo della fotografia nel 2025
Abbiamo riflettuto molto anche su questo: nel 2025, quando tutti facciamo migliaia di fotografie ogni anno con i nostri telefoni, che senso ha ancora il fotogiornalismo? Cosa aggiunge una fotografia professionale rispetto a quella che chiunque potrebbe scattare?
La risposta che ci siamo date è questa: il fotogiornalista è presente dove noi non possiamo essere. Va in zone di guerra, in luoghi colpiti da catastrofi, documenta eventi che mai vedremmo altrimenti. E soprattutto, sa raccontare. Non scatta solo per documentare, scatta per far capire, per emozionare, per costringere chi guarda a fermarsi e pensare.
La fotografia di Wong che aspetta sua moglie davanti ai grattacieli di Hong Kong, per esempio, chiunque avrebbe potuto scattarla tecnicamente. Ma un fotografo professionista sa riconoscere quel momento, sa aspettare la luce giusta, sa cogliere quella composizione che trasforma una persona qualunque in un simbolo universale dell’attesa e del dolore.
Cosa ci portiamo via da queste immagini
Dopo aver guardato tutte le fotografie dell’anno, noi di Notiziedonna ci siamo chieste: e adesso? Cosa ce ne facciamo di tutte queste immagini di sofferenza, di guerra, di catastrofi? Serve davvero guardarle, o è solo un modo per sentirci informate mentre in realtà non facciamo nulla?
Non abbiamo una risposta univoca. Alcune di noi pensano che guardare sia già qualcosa, che sia importante non voltare la testa dall’altra parte, riconoscere che quella sofferenza esiste. Altre pensano che guardare senza agire sia ipocrita, che dovremmo trasformare quello che vediamo in azioni concrete.
Quello su cui siamo tutte d’accordo è questo: quelle fotografie ci hanno ricordato quanto siamo fortunate. Non nel senso banale del “poteva andare peggio”, ma nel senso più profondo di renderci conto che la nostra vita quotidiana, con tutti i suoi problemi piccoli e grandi, si svolge in un contesto di pace e sicurezza che milioni di persone nel mondo non hanno.
E forse è proprio questo il senso di guardare queste fotografie: non per sentirsi in colpa per la nostra fortuna, ma per non darla per scontata. Per ricordarci che la pace, la sicurezza, la possibilità di vivere senza paura non sono normali nel mondo. Sono un privilegio, fragile, che va protetto.
L’importanza di fermarsi a guardare
Viviamo in un’epoca in cui scorriamo centinaia di immagini al giorno sui nostri telefoni. Fotografie di cibo, di viaggi, di gatti, di tramonti, e in mezzo anche quelle di guerre e catastrofi. Tutto passa veloce, tutto si mescola, tutto viene dimenticato dopo pochi secondi.
Quello che ci siamo promesse qui in redazione, dopo aver visto le fotografie dell’anno, è di provare a fermarci di più. Quando vediamo un’immagine che ci colpisce, non scrollare subito oltre. Fermarci, guardarla davvero, chiederci cosa ci sta raccontando, cosa sta succedendo a quella persona nella foto, come sarebbe la nostra vita se fossimo al suo posto.
Non è molto, forse. Non cambia il mondo, non aiuta direttamente nessuno. Ma è un modo per restare umane, per non abituarci alla sofferenza, per non diventare indifferenti. E forse, alla fine, è da qui che si parte per voler cambiare davvero le cose.

Un invito per voi
Noi di Notiziedonna vi invitiamo a fare quello che abbiamo fatto noi: andate sul sito di Internazionale, guardate le fotografie dell’anno. Non scorretele velocemente. Fermatevi su ognuna, leggetene la didascalia, immaginate la storia dietro a quell’immagine. E poi chiedetevi: cosa mi fa sentire questa fotografia? Cosa vorrei fare dopo averla vista?
Non vi chiediamo di sentirvi in colpa, o di dover per forza fare qualcosa di concreto. Vi chiediamo solo di non distogliere lo sguardo, di non far finta che quella sofferenza non esista solo perché non ci riguarda direttamente. Perché prima o poi, in un modo o nell’altro, tutto ci riguarda. Viviamo tutti nello stesso mondo, respiriamo la stessa aria, condividiamo lo stesso pianeta.
E forse, se più persone guardassero davvero quelle fotografie, se più persone si fermassero a pensare invece di scrollare via, qualcosa potrebbe cambiare. Magari non subito, magari non in modo eclatante. Ma le grandi trasformazioni partono sempre dai piccoli gesti, dalla decisione individuale di non essere indifferenti.
Questo è quello che ci siamo dette guardando le fotografie dell’anno. Non abbiamo risposte definitive, non abbiamo soluzioni magiche. Abbiamo solo la consapevolezza che quelle immagini ci hanno toccate, ci hanno fatte riflettere, ci hanno ricordato perché facciamo questo lavoro: per raccontare storie, per dare voce a chi non ce l’ha, per non dimenticare che dietro ogni numero, ogni statistica, ogni notizia, ci sono persone.
Persone come Wong, che aspetta davanti ai grattacieli. Persone come noi.
