Ci sono film che preferireste non guardare. Non perché siano brutti, ma perché vi costringono a guardare negli occhi la cosa più terrificante che esista: la perdita di sé stessi. Iris è uno di questi film. Racconta la storia vera della scrittrice e filosofa britannica Iris Murdoch, una delle menti più brillanti del suo tempo, mentre l’Alzheimer le porta via tutto: i ricordi, le parole, l’identità. Ma soprattutto racconta l’uomo che le è rimasto accanto, John Bayley, e come l’amore possa resistere anche quando la persona amata non ti riconosce più.
Diretto da Richard Eyre e basato sul memoir del 1999 “Elegy for Iris” scritto dallo stesso John Bayley, il film uscì nel 2001 conquistando critica e pubblico: tre nomination agli Oscar (vincendo quello per Jim Broadbent come Miglior Attore Non Protagonista), 82% su Rotten Tomatoes, e lacrime, tante lacrime da parte di chiunque l’abbia visto.
Due coppie, un’unica storia: il montaggio che spezza il cuore
La struttura narrativa di Iris è geniale quanto dolorosa. Il film alterna continuamente due periodi temporali: gli anni ’50 a Oxford, quando Iris (Kate Winslet) era una giovane brillante, libera, sensuale, che ammaliava chiunque con la sua intelligenza e il suo spirito libertino; e gli anni ’90, quando Iris (Judi Dench) è una donna anziana che si perde per casa, che non ricorda come si scrive il suo nome, che guarda suo marito John (Jim Broadbent) con occhi vuoti.
Quello che rende il montaggio così efficace è la scelta del casting: Hugh Bonneville interpreta il giovane John con una somiglianza fisica e gestuale a Jim Broadbent talmente impressionante che i passaggi temporali sono perfettamente fluidi. E quando vedi la giovane Iris nuotare nuda e libera nelle acque gelide, e poi la vedi anziana che vaga confusa in una piscina pubblica, il contrasto ti colpisce come un pugno nello stomaco.
Kate Winslet e Judi Dench: due attrici, una sola donna
È la seconda volta (dopo Titanic) che due attrici vengono nominate all’Oscar per aver interpretato lo stesso personaggio nello stesso film. E in entrambi i casi c’è Kate Winslet. Qui la Winslet interpreta una Iris giovane, sfrontata, intellettualmente dominante. Una donna che dice “C’è solo il presente” e lo vive appieno: nuota, balla, fa l’amore, scrive, pensa, esiste con un’intensità che abbaglia.
Judi Dench invece interpreta la Iris anziana con una delicatezza straziante. Non cade mai nella caricatura della malata di Alzheimer: ogni suo gesto, ogni sguardo perso, ogni parola dimenticata è autentico, mai esagerato. Come scrive Rotten Tomatoes, “Winslet e Dench recitano in perfetta sintonia tra loro”. Non sembrano due attrici diverse: sembrano la stessa persona in due momenti diversi della vita.
Ma il vero cuore del film è lui.

Jim Broadbent: l’Oscar più meritato del 2002
John Bayley era tutto l’opposto di Iris: timido, impacciato, poco attraente, completamente devoto ai libri e poi completamente devoto a lei. Quando la giovane Iris lo seduce quasi per sfida, lui cade rovinosamente innamorato. E resta innamorato per 40 anni, anche quando lei non ricorda più chi sia.
Jim Broadbent vince l’Oscar per questa performance, e se lo merita tutto. Interpreta un uomo che vede la donna che ama sparire giorno dopo giorno, che la lava, la veste, pulisce quando sporca, la insegue quando scappa, urla dalla frustrazione ma non la abbandona mai. Non è un santo: è stanco, disperato, a volte arrabbiato. Ma è presente.
Come scrive un utente IMDb: “Ho sentito il suo dolore per tutto il film ed è stato intenso considerando che normale uomo allegro interpretava”. La scena in cui John crolla sul pavimento del bagno dopo aver trovato Iris che gioca con l’acqua come una bambina è devastante.
Hugh Bonneville, che interpreta il giovane John, fa un lavoro eccezionale nel ricreare i manierismi di Broadbent. Sembra davvero una versione giovane dello stesso attore, non solo fisicamente ma anche nella resa del personaggio: quel mix di goffaggine intellettuale e devozione assoluta.
Il limite: troppo Alzheimer, troppo poco Iris?
La critica principale che viene mossa al film è questa: ci mostra Iris che soffre, ma non ci spiega abbastanza perché dovremmo preoccuparci della sua perdita. Come scrive un recensore IMDb: “Il film si sofferma troppo sulla malattia e troppo poco sulla donna”. Vediamo poche lezioni, pochi momenti in cui Iris fa filosofia o scrive. Capiamo che era brillante perché tutti lo dicono, ma non lo viviamo abbastanza.
Anche Rotten Tomatoes sottolinea: “Per un film il cui soggetto è il declino e la caduta di un intelletto imponente, c’è davvero poco su cui pensare qui”. La storia resta un po’ impoverita, concentrata più sul “cosa sta perdendo” che su “chi era davvero Iris Murdoch”.
Ma forse è proprio questo il punto: quando l’Alzheimer colpisce, non importa chi eri. Importa solo chi ti sta accanto.
Le scene che non dimenticherete (anche se vorreste)
Ci sono momenti in Iris che vi resteranno impressi:
- La giovane Iris che dice “Ci sono parole” mentre nuota, e la Iris anziana che non trova più le parole per dire “acqua”;
- John che legge ad alta voce a Iris le recensioni del suo ultimo libro, e lei che non capisce cosa significhino;
- Iris che canta “The Lark in the Clear Air” nel cuore della notte, e John che la ricorda cantare la stessa canzone da giovane;
- La scena finale in spiaggia, con Iris che guarda il mare come se vedesse tutto e niente allo stesso tempo.
Richard Eyre dirige con sensibilità e rispetto, evitando il sentimentalismo facile. La colonna sonora di James Horner è malinconica senza essere opprimente. E la fotografia cattura perfettamente il contrasto tra la luce dorata degli anni giovanili e i toni grigi e freddi del presente.
Un film necessario (ma preparatevi i fazzoletti)
Iris non è un film facile. È lento, malinconico, a tratti doloroso. Ma è anche necessario. In un’epoca in cui l’Alzheimer colpisce sempre più persone, questo film mostra con onestà cosa significa: per chi lo vive e per chi resta a guardare.
Come scrive un recensore: “Questa è una produzione di cui il regista Richard Eyre e il cast dovrebbero essere estremamente orgogliosi. Avrebbe dovuto essere visto da più persone nel 2001”. Ha ragione. Iris è passato un po’ sotto i radar, oscurato da film più rumorosi. Ma resta uno dei ritratti più onesti e commoventi del declino cognitivo mai portati sullo schermo.
Non è perfetto: avremmo voluto conoscere meglio la Iris brillante, la filosofa, la scrittrice. Ma quello che il film fa bene – e cioè mostrare l’amore che resiste quando tutto il resto crolla – lo fa in modo magistrale.

Le riflessioni di tveserie.it
Iris – Un amore vero è un film che va visto, anche se fa male. È la prova che l’amore non è solo passione e romanticismo: è restare quando la persona amata non ti riconosce più. È leggere ad alta voce anche se lei non capisce. È tenerle la mano anche quando quella mano non stringe più la tua.
Le quattro performance principali sono straordinarie. La regia è sensibile. La storia è vera e questo la rende ancora più potente. E se alla fine piangerete (e piangerete), non sarà per sentimentalismo a buon mercato, ma perché avrete visto qualcosa di autentico: la disgregazione dell’identità e il potere dell’amore quando la mente inizia a sgretolarsi.
Se volete approfondire la figura di Iris Murdoch oltre la malattia, recuperate i suoi romanzi. Era davvero una delle menti più brillanti del suo tempo. E questo rende la sua perdita ancora più tragica.
Consigliato per: amanti dei biopic, fan di Judi Dench e Kate Winslet, chiunque abbia avuto esperienza diretta o indiretta con l’Alzheimer, e tutti coloro che vogliono capire cosa significhi davvero amare qualcuno “nella salute e nella malattia”.
