Cucina napoletana: i piatti imperdibili, dove gustarli e come farli a casa (anche in versione light)

Roberta Esposito

Pasta condita con un ricco ragù napoletano (carne e sugo di pomodoro) servita in un piatto bianco, vista dall'alto.

Chi ha visitato Napoli lo sa: questa città si conquista prima con lo stomaco che con gli occhi. La cucina napoletana è generosa, saporita, sincera, fatta di ingredienti semplici trasformati in magie culinarie dalla sapienza popolare. Noi di Notizie Donna vogliamo accompagnarvi in questo viaggio gastronomico, raccontandovi i piatti che dovete assolutamente assaggiare se andate a Napoli, e insegnandovi a ricrearli a casa vostra per portare un po’ di quella magia partenopea nella vostra cucina.

La cucina napoletana è cucina di contrasti: piatti ricchissimi come la genovese accanto a preparazioni poverissime come pasta e patate, fritture sontuose insieme a zuppe semplici. È una cucina che nasce dalla necessità di sfamare famiglie numerose con poco, ma che sa anche essere scenografica e festosa quando serve. E soprattutto, è una cucina dove i tempi lunghi e la pazienza fanno la differenza: il ragù che sobbollisce per ore, la genovese che cuoce lentamente, la pastiera che riposa una notte.

Per chi vuole godersi questi sapori senza sensi di colpa, vi daremo anche suggerimenti per alleggerire le ricette tradizionali mantenendo l’anima del piatto. Perché amare la cucina napoletana non significa rinunciare alla forma fisica, serve solo un po’ di creatività e qualche sostituzione intelligente.

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La pizza: dove mangiarla davvero bene

Partiamo dall’ovvio: la pizza napoletana è patrimonio UNESCO e probabilmente il piatto italiano più famoso al mondo. Ma attenzione, non tutte le pizze sono uguali. La vera pizza napoletana ha caratteristiche precise: bordo alto e soffice, centro sottile, cottura velocissima nel forno a legna a temperature altissime che creano quelle caratteristiche bolle scure sul cornicione.

A Napoli le pizzerie storiche sono tante, ma alcune sono vere istituzioni. Da Michele in via Cesare Sersale è probabilmente la più famosa, dove si fanno solo margherita e marinara da generazioni. La fila è lunga ma vale l’attesa. Sorbillo in via dei Tribunali è un’altra tappa obbligata, con pizza eccezionale e ambiente più turistico ma comunque autentico. Per chi vuole evitare le folle, Starita a Materdei è fantastica e meno assediata, famosa anche per la pizza fritta.

Farla a casa come a Napoli è quasi impossibile senza forno a legna, ma potete avvicinarvi molto al risultato. Il segreto è nell’impasto: farina forte, acqua, lievito, sale e tempo. Lievitazione lunga di almeno otto ore, meglio ventiquattro, in frigo. Stendete l’impasto con le mani, mai con il mattarello, per mantenere l’aria nelle bolle. Forno caldissimo, almeno duecentocinquanta gradi, con pietra refrattaria se l’avete. Condimenti di qualità: pomodoro San Marzano, mozzarella di bufala, basilico fresco, olio extravergine.

La versione light della pizza esiste ed è deliziosa. Usate farina integrale per metà, stendete l’impasto più sottile, moderate la mozzarella usando fior di latte invece di bufala e aggiungete tantissime verdure grigliate come condimento. Una pizza così fatta ha circa il trenta percento di calorie in meno ma rimane gustosissima.

Pasta alla genovese: il piatto che richiede pazienza

La genovese napoletana non ha niente a che fare con Genova e con il pesto. È un ragù bianco a base di cipolle e carne che cuoce per ore fino a diventare una crema dolce e profondissima. È uno dei piatti più rappresentativi della cucina napoletana tradizionale, quello della domenica, quello che richiede dedizione.

Per farla in modo tradizionale servono chili di cipolle (letteralmente, due chili per un chilo di carne), carne di manzo per brasato tagliata a pezzi grandi, sedano, carota, vino bianco, sale, pepe e tempo. Le cipolle si affettano finissime e si fanno stufare con la carne a fuoco bassissimo per almeno quattro-cinque ore. Il risultato è una salsa cremosa, dolcissima per le cipolle caramellate, ricchissima. Si condisce la pasta (tradizionalmente ziti spezzati) e la carne si serve come secondo.

A Napoli trovarla nei ristoranti turistici è difficile perché richiede troppo tempo. Tandem in via Paladino la fa benissimo, così come molte trattorie nei quartieri come Vomero e Chiaia dove cucinano ancora come una volta. Chiedete sempre se è fatta fresca quel giorno, perché alcuni posti la tengono pronta e non è la stessa cosa.

La versione alleggerita è possibile usando carne più magra come girello invece di tagli grassi, riducendo l’olio iniziale, e sostituendo parte della pasta con verdure spiralizzate mescolate alla pasta vera. Il sapore rimane intatto perché viene dalle cipolle caramellate, non dai grassi.

Pasta e patate: la povertà che diventa poesia

La pasta e patate napoletana è la dimostrazione che i piatti più umili possono essere i più buoni. Sembra banale: pasta, patate, provola, pepe. Eppure quando è fatta bene è cremosa, confortante, avvolgente come un abbraccio. Il segreto sta nella mantecatura e nel formaggio.

Si prepara facendo soffriggere pancetta o cotenna di maiale con cipolla, poi si aggiungono patate a cubetti e si coprono d’acqua. Si fa cuocere fino a quando le patate si sfaldano parzialmente, creando cremosità naturale. Si aggiunge la pasta (mista di vari formati secondo tradizione, avanzi di confezioni diverse), si cuoce tutto insieme, e a fine cottura si manteca con provola del monaco o provolone piccante grattugiato e una generosa macinata di pepe nero. Deve essere densa, quasi risottata.

Trovare una buona pasta e patate a Napoli significa andare nelle trattorie di quartiere, non nei ristoranti turistici. È piatto da osteria, da pranzo veloce, da cucina casalinga. Molte rosticcerie la fanno al mattino e la vendono a pranzo.

La versione light funziona benissimo: eliminate la pancetta e usate solo un filo d’olio per il soffritto, riducete la pasta e aumentate le patate, usate provola light e aggiungete abbondante prezzemolo fresco. Rimarrà cremosa grazie alle patate ma con molte meno calorie.

Frittura napoletana: il peccato irresistibile

La frittura è arte a Napoli. Dalle pizze fritte ai fiori di zucca ripieni, dai cuoppo di mare alle zeppole, tutto viene fritto alla perfezione: dorato fuori, morbido dentro, mai unto. Il segreto sta nella temperatura dell’olio altissima e nella qualità degli ingredienti.

Il cuoppo è l’emblema dello street food napoletano. Un cono di carta paglia riempito di fritture miste: calamari, gamberi, alici, verdure pastellate, crocchette di patate, sciurilli (fiori di zucca), polpette. Si mangia passeggiando, bruciandosi le dita, bevendoci sopra una birra fresca. I posti migliori per il cuoppo sono nelle strade dei Quartieri Spagnoli e al Vomero.

La pizza fritta merita un capitolo a parte. Impasto di pizza farcito con ricotta, cicoli, salame, mozzarella, piegato a mezzaluna e fritto in olio bollente. È pesante? Sì. È una bomba calorica? Assolutamente. Vale la pena provarla almeno una volta? Senza dubbio. Da Fernanda alla Pignasecca o da Zia Esterina Sorbillo per le versioni più autentiche.

Fare frittura a casa richiede coraggio e olio abbondante. La temperatura deve essere centoottanta gradi, controllata con termometro se possibile. Fritti pochi pezzi alla volta per non abbassare la temperatura. Scolati su carta assorbente e salati immediatamente. La versione light della frittura napoletana non esiste veramente: potete fare frittura al forno ma non sarà la stessa cosa. Meglio godersi una piccola porzione di quella vera ogni tanto.

Ragù napoletano: la domenica nel piatto

Il ragù napoletano è diverso dal bolognese. È più liquido, più rosso, cuoce per ore con pezzi di carne interi che poi si mangiano come secondo. Il sugo serve per condire la pasta della domenica, la carne è il secondo piatto. È il profumo che riempie le case napoletane la domenica mattina.

Si prepara rosolando in olio carne di vario tipo: braciole (involtini di carne ripieni), salsiccia, costine di maiale, spezzatino. Quando è ben dorata si sfuma con vino rosso, si aggiunge passata di pomodoro, concentrato, basilico, sale. Poi si abbassa la fiamma al minimo e si lascia cuocere per almeno quattro-cinque ore, mescolando ogni tanto e aggiungendo acqua se serve. Il risultato è un sugo denso, saporito, con la carne che si sfalda.

A Napoli il ragù vero si trova nelle trattorie familiari, non nei ristoranti turistici. Chiedete sempre se è fatto in casa e quanto ha cotto. Un buon ragù deve aver cotto almeno quattro ore. Alcuni posti lo preparano il sabato per la domenica.

La versione alleggerita usa solo carne magra come fesa di vitello, elimina salsiccia e costine grasse, riduce l’olio di rosolatura, e usa passata di pomodoro senza aggiunta di concentrato. Cuoce comunque a lungo quindi il sapore rimane profondo. Servitelo con pasta integrale o metà pasta e metà zucchine spiralizzate.

Sartù di riso: il trionfo della cucina monzù

Il sartù è il piatto delle grandi occasioni, quello che impressiona gli ospiti. Un timballo di riso ripieno di ragù, piselli, polpettine, mozzarella, uova sode, salsiccia. È barocco, scenografico, incredibilmente buono. Viene dalla cucina aristocratica napoletana, quella dei monzù (chef francesi che lavoravano per le famiglie nobili).

Prepararlo è un’impresa: bisogna fare il ragù, preparare il riso cotto nel brodo e mantecato con uova e parmigiano, friggere le polpettine, cuocere i piselli, assemblare tutto in uno stampo imburrato e impanato, infornare. Richiede ore ma il risultato è spettacolare. Quando lo sformate a tavola l’effetto wow è garantito.

A Napoli il sartù lo trovate solo in ristoranti tradizionali e va ordinato con anticipo perché richiede preparazione lunga. Amici Miei a Pozzuoli è famoso per il suo sartù, così come alcune gastronomie storiche lo preparano su ordinazione.

Una versione light è quasi un ossimoro per un piatto così ricco, ma potete usare riso integrale, ragù magro, eliminare le fritture sostituendo con verdure grigliate, usare mozzarella light. Non sarà identico ma sarà comunque un piatto d’effetto con metà delle calorie.

Pastiera e babà: i dolci dell’anima

La pastiera è il dolce pasquale napoletano ma ormai si trova tutto l’anno. Grano cotto nel latte, ricotta, uova, zucchero, canditi, acqua di fiori d’arancio, tutto racchiuso in una pasta frolla profumata. Deve riposare almeno un giorno prima di essere mangiata perché i sapori si amalgamino. È densa, profumata, rappresenta la primavera e la rinascita.

Farla a casa è possibile ma richiede tempo. Il grano va cotto lentamente nel latte fino a cremosità, la ricotta setacciata per eliminare grumi, la frolla deve essere friabile. L’acqua di fiori d’arancio è essenziale, non provate a farla senza. A Napoli le pasticcerie storiche come Scaturchio e Attanasio la fanno magistrale.

Il babà è l’altro dolce iconico: un lievitato soffice imbevuto di bagna al rum. Deve essere umido ma non fradicio, alcolico ma non da ubriacarsi. Si mangia al cucchiaio con panna montata facoltativa. Le dimensioni variano dal babbà mignon a quello gigante da dividere. Pintauro vicino a Toledo fa babà artigianali memorabili.

Versioni light di questi dolci sono difficili perché nascono come dolci ricchi per le feste. Potete ridurre lo zucchero nella pastiera e usare ricotta light, ma cambia la consistenza. Per i babà potete fare bagne meno zuccherate e più alcoliche, ma l’essenza rimane calorica. Meglio gustarli in porzioni piccole nelle occasioni speciali.

Portare Napoli a casa vostra

La cucina napoletana si può ricreare ovunque se avete pazienza, ingredienti di qualità e rispetto per i tempi lunghi. Non cercate scorciatoie: un ragù fatto in mezz’ora non sarà mai un ragù napoletano. Investite in buoni pomodori San Marzano, comprate mozzarella di bufala vera, usate olio extravergine di qualità.

Noi di Notizie Donna vi incoraggiamo a provare almeno una ricetta napoletana questo mese. Magari iniziate dalla pasta e patate che è più semplice, o dalla pizza nel weekend. Poi quando avrete tempo, avventuratevi nel ragù domenicale. E se andate a Napoli, mangiate tanto, provate tutto, lasciatevi conquistare. La cucina napoletana è generosa come il cuore dei napoletani: vi riempie lo stomaco e l’anima insieme.

E ricordate: anche le versioni light hanno dignità. Alleggerire un piatto tradizionale non significa tradirlo, ma adattarlo alle esigenze moderne mantenendone l’anima. Buon appetito, o come dicono a Napoli: Jamm ja’!

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