Mentre le piattaforme si riempiono di storie rassicuranti tra neve e sentimenti zuccherosi, Sky e NOW offrono in questo Natale un catalogo che va ben oltre le convenzioni stagionali. Dalla fantascienza visionaria di un premio Oscar ai thriller psicologici che ti tengono incollato allo schermo, dai capolavori d’animazione che parlano agli adulti quanto ai bambini alle riflessioni struggenti sulla famiglia e l’identità, la programmazione si presenta ricca e variegata come raramente accade.
C’è qualcosa di profondamente liberatorio nello scegliere la propria strada cinematografica invece di seguire il calendario. Non serve che sia Natale per immergersi in storie potenti, non serve aspettare l’Epifania per lasciarsi travolgere da emozioni autentiche. Il cinema vero non conosce stagioni, vive di una propria necessità che prescinde dalle date cerchiate in rosso sul calendario. E Sky e NOW lo sanno bene, tanto da aver costruito per questo mese un’offerta che spazia dalla commedia nera fantascientifica al terrore psicologico, dalle meraviglie dell’animazione digitale ai drammi familiari più intimi.
Abbiamo selezionato cinque titoli che rappresentano altrettante ragioni per cui vale la pena accendere lo schermo in queste serate di dicembre. Cinque film diversissimi tra loro per tono, genere e ambizione, ma uniti dalla stessa volontà di non accontentarsi, di spingere il linguaggio cinematografico oltre i confini del già visto, di raccontare storie che continuano a lavorare dentro lo spettatore ben dopo i titoli di coda.
Mickey 17, Bong Joon-ho torna con una commedia nera spaziale
Dal primo dicembre Sky Cinema e NOW ospitano “Mickey 17”, il nuovo film di Bong Joon-ho che segna il tanto atteso ritorno del regista coreano dopo il trionfo globale di “Parasite”. Vincitore dell’Oscar come miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale, Bong aveva conquistato il mondo con la sua capacità unica di mescolare satira sociale, tensione thriller e momenti di pura commedia nera. Con “Mickey 17” torna al genere fantascientifico che aveva già esplorato con successo in “Snowpiercer” e “Okja”, ma questa volta spinge l’acceleratore su una premessa tanto assurda quanto inquietante.
La storia è ambientata nel 2054, quando l’umanità ha ormai iniziato la colonizzazione spaziale ma non ha certo abbandonato le sue peggiori inclinazioni. Mickey Barnes, interpretato da un Robert Pattinson in stato di grazia, è un uomo disperato che cerca di sfuggire a un usuraio omicida e si arruola in una spedizione per colonizzare Niflheim, un pianeta ghiacciato ai confini dell’universo conosciuto. Il suo ruolo? Quello di “sacrificabile”, un lavoratore usa e getta che può essere inviato a compiere i lavori più pericolosi perché tanto, se muore, viene semplicemente rigenerato da una stampante tridimensionale biologica che lo ricrea usando materiale organico di scarto.
È un lavoro terribile ma necessario, almeno secondo la logica spietata della colonizzazione spaziale. Bisogna testare quanto tempo ci vuole perché le radiazioni cosmiche uccidano un essere umano? Si manda fuori Mickey. C’è un virus alieno da studiare? Si infetta Mickey e si provano i vaccini su di lui. Ogni volta che muore, le sue memorie vengono salvate digitalmente e caricate nel nuovo corpo, così Mickey conserva il ricordo di tutte le sue morti precedenti. È un inferno personale che si ripete all’infinito, ma almeno è vivo. O qualcosa che assomiglia alla vita.
Il problema sorge quando, inspiegabilmente, Mickey numero diciassette sopravvive a una missione che avrebbe dovuto ucciderlo, e nel frattempo la stampante biologica ha già prodotto Mickey numero diciotto. Due versioni dello stesso uomo, entrambe convinte di essere l’originale, entrambe con gli stessi ricordi ma con personalità che cominciano a divergere. Il diciassette è più cauto, più traumatizzato dalle morti subite. Il diciotto è più aggressivo, più determinato a sopravvivere. E la legge della colonia è chiara: non possono esistere due copie dello stesso sacrificabile. Una deve morire.
Bong Joon-ho costruisce su questa premessa una riflessione tanto divertente quanto disturbante sull’identità, sul valore della vita umana nel tardo capitalismo, sulla colonizzazione come estensione dello sfruttamento. Il film è pieno di quella sua caratteristica capacità di passare dal comico al drammatico senza soluzione di continuità, di far ridere e poi mettere i brividi nella stessa scena. Robert Pattinson, che interpreta entrambi i Mickey, si diverte visibilmente a creare due versioni distinte dello stesso personaggio, cambiando persino accento e postura fisica per differenziarli.
Il cast di supporto è stellare. Mark Ruffalo interpreta Kenneth Marshall, il leader della spedizione che è palesemente ispirato a certi miliardari visionari contemporanei, con una buona dose di culto della personalità e tendenze autoritarie. Toni Collette è Ylfa, sua moglie, che gli sussurra consigli all’orecchio come una moderna Lady Macbeth. Steven Yeun, Naomi Ackie e un’ensemble di attori straordinari popolano questo mondo dove l’umanità ha portato nello spazio tutte le sue peggiori caratteristiche: l’avidità, la crudeltà, l’indifferenza verso la sofferenza altrui.
La produzione è visivamente impressionante. Bong ha lavorato con il direttore della fotografia Darius Khondji per creare un universo che è al tempo stesso futuristico e vissuto, dove la tecnologia avanzata convive con la sporcizia e il degrado. Il pianeta Niflheim è un inferno ghiacciato popolato da creature aliene che ricordano i mostri di “The Host”, progettate dallo stesso team che ha creato le iconiche immagini di quel film. La colonna sonora di Jung Jae-il, registrata agli Abbey Road Studios di Londra, mescola orchestrazioni classiche con elementi elettronici per creare un paesaggio sonoro straniante e affascinante.
“Mickey 17” è un film che divide, come del resto accade con tutte le opere più ambiziose di Bong Joon-ho. Non è facile come “Parasite”, non ha quella struttura narrativa perfettamente calibrata. È più selvaggio, più sperimentale, più disposto a correre rischi. Alcuni critici l’hanno trovato confuso, sovraccarico di temi e sottotrame. Altri ci hanno visto un capolavoro visionario che usa la fantascienza per dire cose profonde sulla condizione umana. La verità, come sempre, sta probabilmente nel mezzo. Ma è proprio questo rischio, questa disponibilità a osare piuttosto che ripetersi, che rende Bong Joon-ho uno dei registi più interessanti del cinema contemporaneo.
Speak No Evil, James McAvoy e l’ospitalità che diventa incubo
Se “Mickey 17” guarda alle stelle, “Speak No Evil” scava nelle zone più oscure dei rapporti umani, in quella zona grigia dove la cortesia sociale si trasforma in prigione e l’educazione diventa un’arma contro chi la pratica. Disponibile su Sky e NOW, questo thriller psicologico diretto da James Watkins è il remake americano dell’omonimo film danese del 2022 che aveva terrorizzato il pubblico del Sundance Film Festival con la sua premessa spietata e il suo finale devastante.
La storia parte da una vacanza apparentemente idilliaca in Italia. Ben e Louise Dalton, interpretati da Scoot McNairy e Mackenzie Davis, sono una coppia americana in viaggio con la loro figlia undicenne Agnes. Il loro matrimonio attraversa un momento difficile, segnato da tradimenti passati e una comunicazione che si è incrinata col tempo. Durante la vacanza incontrano Paddy e Ciara, una coppia britannica affascinante e spontanea che viaggia con il loro figlio Ant, un ragazzo che non parla perché nato senza lingua. Tra le due famiglie si crea un’immediata sintonia, quel tipo di amicizia vacanziera che sembra destinata a esaurirsi con il ritorno alla vita normale.
Ma Paddy, interpretato da un James McAvoy in stato di grazia psicopatica, ha altre idee. Invita i Dalton a trascorrere un weekend nella sua tenuta di campagna nel Devon, una proprietà remota e apparentemente perfetta. I Dalton accettano, nonostante alcune perplessità, e quello che doveva essere un piacevole fine settimana tra amici si trasforma progressivamente in un incubo psicologico dove ogni regola di ospitalità viene distorta fino a diventare una forma di controllo.
Il genio del film sta nel modo in cui costruisce la tensione attraverso piccole violazioni delle norme sociali. Paddy è troppo invadente, troppo insistente, troppo disposto a ignorare i confini personali. Obbliga Agnes a mangiare cibo che le provoca nausea, fa commenti inappropriati sul corpo di Louise, si comporta in modi che fanno scattare campanelli d’allarme ma che non sono abbastanza espliciti da giustificare una rottura immediata. E i Dalton, intrappolati nelle convenzioni della buona educazione, non riescono a dire semplicemente di no, a prendere le loro cose e andarsene.
James McAvoy è assolutamente straordinario nel ruolo di Paddy. Dopo aver già dimostrato la sua capacità di interpretare personaggi disturbati in “Split” e “Glass”, qui porta quella stessa intensità ma la nasconde sotto una facciata di cordialità esagerata che rende tutto ancora più inquietante. Il suo Paddy è carismatico e simpatico un momento, vagamente minaccioso quello dopo, violento quando perde il controllo. È un predatore che ha perfezionato l’arte di usare le convenzioni sociali contro le sue vittime, sapendo che la paura di essere scortesi, di offendere, di creare tensione è spesso più forte della paura per la propria incolumità.
Mackenzie Davis e Scoot McNairy danno vita a una coppia credibile nella sua imperfezione. Ben è un uomo che ha perso la propria assertività, che cerca costantemente di mediare e accomodare piuttosto che affrontare i conflitti. Louise è più consapevole del pericolo ma si sente in colpa per il tradimento passato e quindi esita a fidarsi del proprio istinto. La loro dinamica disfunzionale diventa essa stessa parte della trappola in cui cadono.
Il regista James Watkins, veterano dell’horror britannico con film come “Eden Lake” e “The Woman in Black” nel suo curriculum, sa esattamente come costruire la tensione. Il film è girato con una fotografia che enfatizza gli spazi aperti della campagna inglese, trasformandoli da scenari bucolici a prigioni da cui non c’è scappatoia. La tenuta di Paddy e Ciara diventa sempre più claustrofobica man mano che la verità su chi sono veramente comincia a emergere.
Rispetto all’originale danese, questa versione americana è più accessibile, meno devastante nel suo finale. Il film del 2022 aveva scioccato il pubblico con una conclusione nichilista che non lasciava spazio alla speranza. Watkins sceglie una strada diversa, permettendo ai protagonisti di reagire e combattere, di trovare la forza per salvarsi. Alcuni puristi dell’horror hanno criticato questa scelta come un compromesso hollywoodiano, ma c’è anche chi ci vede una riflessione interessante su come la stessa situazione possa avere esiti diversi a seconda delle persone coinvolte e delle scelte che fanno.
“Speak No Evil” funziona come thriller puro, con una tensione che cresce costantemente fino a esplodere in un terzo atto violento e catartico. Ma sotto la superficie c’è anche una riflessione più profonda su quanto siamo disposti a sopportare pur di non creare disagio sociale, su come la paura del giudizio altrui possa renderci vulnerabili, su quella zona grigia tra la cortesia e l’autoconservazione che troppo spesso risolviamo a nostro svantaggio.
Il robot selvaggio, quando l’animazione incontra la filosofia
“Il robot selvaggio” è il film d’animazione DreamWorks che ha sorpreso critica e pubblico per la sua capacità di raccontare una storia profonda e commovente senza mai scadere nel sentimentalismo facile. Diretto da Chris Sanders, lo stesso regista di “Dragon Trainer” e “I Croods”, il film è tratto dal romanzo di Peter Brown e rappresenta uno dei migliori esempi di come l’animazione possa essere un mezzo per esplorare temi complessi con una sensibilità che il cinema dal vero faticherebbe a raggiungere.
La storia inizia con un naufragio. Una nave cargo che trasporta robot di ultima generazione si schianta su un’isola selvaggia e disabitata, e solo un’unità sopravvive: ROZZUM unità 7134, che tutti chiameranno semplicemente Roz. Progettata per servire gli esseri umani in ogni tipo di compito, Roz si risveglia in un ambiente completamente alieno rispetto alla sua programmazione. Non ci sono umani da servire, non ci sono istruzioni da seguire. C’è solo una natura selvaggia e ostile, popolata da animali che la vedono come una minaccia.
I primi tentativi di Roz di integrarsi sono disastrosi. Parla agli animali ma loro fuggono terrorizzati. Cerca di aiutarli ma i suoi interventi causano solo danni. È un essere tecnologico in un mondo organico, e le due cose sembrano incompatibili. Poi, per un incidente, Roz si ritrova a dover prendersi cura di un uovo d’oca rimasto orfano. Quando l’uovo si schiude, il piccolo papero fa il fenomeno dell’imprinting e riconosce il robot come sua madre.
È da questo momento che inizia la vera trasformazione. Roz, che è programmata per completare i compiti assegnati, decide che il suo nuovo compito è crescere questo piccolo uccello fino a quando non sarà in grado di volare e migrare con gli altri. Ma cosa significa essere madre per un robot? Come si impara l’amore quando si è una macchina? Roz comincia a osservare gli altri animali dell’isola, a studiare come crescono i loro piccoli, a imparare che accudire non è solo proteggere ma anche lasciare andare.
Il film costruisce una storia che è insieme una favola di formazione e una riflessione filosofica sulla natura dell’intelligenza e dell’empatia. Roz non è mai completamente umana, mantiene quella sua logica da macchina anche mentre sviluppa qualcosa che assomiglia ai sentimenti. E gli animali dell’isola, inizialmente ostili, imparano lentamente ad accettare questa presenza aliena che si dimostra capace di sacrificio e dedizione.
L’animazione è semplicemente spettacolare. DreamWorks ha creato un mondo naturale ricchissimo di dettagli, dove ogni pelo del manto di una volpe, ogni piuma di un’oca, ogni foglia che cade dagli alberi è reso con una cura maniacale. Ma non è realismo fotografico fine a se stesso: c’è una scelta stilistica precisa di dare al film un aspetto quasi pittorico, come se ogni inquadratura fosse un dipinto naturalistico preso vita. Le stagioni che si alternano sull’isola diventano personaggi a sé stanti, scandendo il passare del tempo e la crescita del piccolo papero che Roz ha deciso di chiamare Beccolustro.
Il cast vocale è perfetto. Lupita Nyong’o dà voce a Roz con una modulazione che sa essere al tempo stesso meccanica e toccante, facendo percepire la graduale evoluzione del personaggio attraverso sottili cambiamenti nel tono. Pedro Pascal interpreta una volpe che inizialmente vede il papero come un possibile pasto ma che finisce per diventare un alleato inaspettato. E Mark Hamill dà vita a un’oca anziana che diventa il mentore riluttante di questa famiglia improbabile.
“Il robot selvaggio” ha ottenuto tre nomination agli Oscar e quattro ai Golden Globe, riconoscimenti che testimoniano come il film sia riuscito a conquistare non solo il pubblico delle famiglie ma anche quello più adulto e critico. È uno di quei rari film d’animazione che funzionano su più livelli: i bambini vedranno una storia di amicizia e avventura, gli adulti coglieranno le riflessioni più profonde sulla genitorialità, sull’accettazione della diversità, sul conflitto tra natura e tecnologia.
Ma soprattutto, “Il robot selvaggio” è un film che non ha paura di essere triste. Non cerca il lieto fine facile, non promette che tutto si aggiusterà magicamente. Accetta che crescere significa anche perdere, che amare significa accettare il dolore della separazione, che essere genitori vuol dire preparare i propri figli a lasciarci. Sono temi maturi, affrontati con una delicatezza rara, che rendono questo film molto più di un semplice intrattenimento per famiglie.
Trap, M. Night Shyamalan e il concerto che diventa prigione
“Trap” rappresenta l’ennesima prova di come M. Night Shyamalan continui a reinventare il thriller con premesse originali e colpi di scena calibrati. Dopo il successo di film come “The Sixth Sense”, “Split” e “Old”, il regista indiano-americano torna con una storia che parte da un’idea semplice ma terrificante: cosa succederebbe se un serial killer si ritrovasse intrappolato proprio nella trappola che la polizia ha preparato per catturarlo?
Cooper è un padre apparentemente normale che accompagna la figlia adolescente Riley al concerto della sua popstar preferita, Lady Raven. È una serata che dovrebbe essere perfetta, uno di quei momenti padre-figlia che si ricordano per tutta la vita. Cooper è attento, premuroso, cerca di far sentire Riley speciale in mezzo alla folla di migliaia di ragazzine urlanti. Ma c’è qualcosa che non torna. La presenza della polizia all’interno dell’arena è massiccia, troppo per essere solo una normale misura di sicurezza.
Cooper comincia a fare domande, apparentemente innocue, e scopre la verità: l’intero concerto è una trappola orchestrata dall’FBI per catturare un serial killer noto come “il Macellaio”. Le autorità hanno ricevuto una soffiata che l’assassino sarebbe stato presente quella sera all’evento, e hanno trasformato l’arena in una prigione da cui non si può uscire. Tutti gli spettatori vengono controllati, ogni uscita è presidiata, le misure di sicurezza sono state portate al massimo livello.
E qui arriva il colpo di scena che il film rivela fin dal trailer: Cooper è il Macellaio. L’uomo che sembrava il padre perfetto è in realtà uno spietato assassino che tiene prigioniero nella sua cantina un giovane uomo e che ha trasformato l’omicidio in una specie di ossessione meticolosa. E ora si ritrova intrappolato nella stessa trappola preparata per catturarlo, con la figlia innocente al suo fianco che non sospetta nulla.
Josh Hartnett, in uno dei migliori ruoli della sua carriera, interpreta Cooper con una dualità affascinante. Quando è con la figlia è genuinamente amorevole, protettivo, capace di fare battute e metterla a proprio agio. Ma nei momenti in cui Riley non lo guarda, la sua maschera scivola e emerge qualcosa di freddo e calcolatore. Hartnett è bravissimo nel passare da un registro all’altro senza soluzione di continuità, creando un personaggio che è insieme mostruoso e stranamente umano.
La genialità di Shyamalan sta nel ribaltare completamente la dinamica tradizionale del thriller. Normalmente seguiremmo la polizia mentre cerca di catturare il cattivo, o seguiremmo una potenziale vittima mentre cerca di sfuggirgli. Qui invece siamo dentro la mente del killer, vediamo tutto dal suo punto di vista mentre cerca disperatamente di trovare un modo per uscire dall’arena senza essere scoperto e senza far capire a sua figlia chi è veramente. È un esercizio di tensione pura, dove ogni controllo della sicurezza, ogni sguardo sospetto diventa una minaccia potenziale.
Il film gioca anche con l’ambientazione del concerto pop, un mondo di luci colorate, musica assordante e teenager in estasi che crea un contrasto stridente con la tensione mortale che Cooper sta vivendo. Lady Raven, interpretata dalla cantante Saleka Shyamalan (figlia del regista), non è solo un elemento di sfondo ma diventa parte integrante della trama in modi sorprendenti che non vogliamo svelare.
“Trap” è Shyamalan che fa quello che sa fare meglio: prendere una premessa forte e svilupparla con ritmo serrato, aggiungendo strati di complessità man mano che la storia procede. Il film solleva anche domande interessanti sulla doppia vita, sulla capacità di compartimentalizzare che permette a certe persone di essere mostri in segreto mentre mantengono una facciata di normalità. Cooper ama davvero sua figlia? O anche quell’amore è solo un’altra maschera? Il film non dà risposte facili.
The Brutalist, l’epica del sogno americano infranto
“The Brutalist” è l’opera monumentale di Brady Corbet che ha conquistato l’Oscar 2025 con Adrien Brody come miglior attore protagonista. È un film ambizioso nella forma quanto nel contenuto, un affresco di oltre tre ore che racconta la storia di un architetto visionario e del prezzo terribile che paga per realizzare il suo sogno in un’America che non sa riconoscere il genio quando lo vede.
László Tóth, interpretato da un Brody magistrale, è un architetto ungherese di origine ebraica che arriva negli Stati Uniti nel 1947. Ha lasciato dietro di sé un’Europa devastata dalla guerra, una famiglia dispersa nei campi di concentramento, una carriera promettente ridotta in cenere. In America cerca di ricominciare da zero, ma il paese che dovrebbe rappresentare la terra delle opportunità si rivela invece un labirinto di pregiudizi, sfruttamento e false promesse.
All’inizio László è costretto a fare lavori umili, nascondendo il suo talento e la sua formazione perché nessuno vuole assumere un immigrato ungherese per progetti importanti. Vive in condizioni di estrema povertà insieme al nipote, anche lui sopravvissuto ai campi. Ma il suo genio non può rimanere nascosto a lungo. Quando finalmente ottiene l’opportunità di progettare un edificio importante grazie al ricco industriale Harrison Lee Van Buren, sembra che il sogno americano stia finalmente per realizzarsi.
Il progetto che László immagina è ambizioso e visionario: un centro culturale in stile brutalista che dovrebbe rappresentare il futuro dell’architettura americana. Ma realizzare quella visione richiede compromessi con un committente che non capisce davvero cosa l’architetto sta cercando di creare, che vede il progetto più come un monumento al proprio ego che come un’opera d’arte. E László, intrappolato tra la necessità economica e l’integrità artistica, si trova a dover scegliere quanto è disposto a sacrificare per vedere il suo sogno prendere forma.
Brady Corbet dirige il film con una monumentalità che ricorda i grandi affreschi del cinema classico americano. La prima parte del film, che racconta l’arrivo di László in America e la sua lotta per la sopravvivenza, è girata in formato 1.33:1, il formato quasi quadrato del cinema muto, che crea una sensazione di claustrofobia e limitazione. Dopo un intervallo (sì, il film ha un vero e proprio intervallo come i film epici di una volta), la seconda parte si apre in widescreen, simboleggiando l’apertura di nuove possibilità ma anche l’espansione dei problemi.
Adrien Brody, che aveva già vinto l’Oscar nel 2003 per “Il pianista” di Roman Polański, torna a interpretare un sopravvissuto alla Shoah, ma qui il personaggio è molto diverso. László non è una vittima passiva degli eventi ma un uomo che lotta attivamente per ricostruirsi una vita e un’identità. Brody dà al personaggio una dignità ferita ma mai piegata, una determinazione che diventa quasi ossessione. Il suo László parla inglese con un forte accento, rifiutandosi di nascondere le proprie origini anche quando questo gli costa opportunità professionali.
Il film è anche una riflessione sul brutalismo architettonico, quello stile caratterizzato dall’uso del cemento a vista e dalle forme massicce e geometriche che dominò l’architettura della metà del Novecento. Corbet usa il brutalismo come metafora del sogno americano stesso: imponente ma freddo, ambizioso ma alienante, costruito per durare ma incapace di offrire vero calore umano. Gli edifici che László progetta sono magnifici nella loro austerità, ma c’è sempre qualcosa di malinconico in loro, come se fossero monumenti a sogni già morti nel momento stesso in cui prendono forma.
Il cast di supporto include nomi importanti come Felicity Jones nel ruolo della moglie di László che finalmente riesce a raggiungerlo in America dopo anni di separazione, Guy Pearce come il ricco committente il cui mecenatismo nasconde aspettative e pretese opprimenti, e Joe Alwyn in un ruolo chiave che non possiamo rivelare senza rovinare alcuni sviluppi cruciali della trama.
“The Brutalist” non è un film facile. Chiede tempo, attenzione, disponibilità a immergersi in un ritmo narrativo deliberatamente lento che privilegia l’accumulo di dettagli e sfumature rispetto ai colpi di scena. Ma per chi è disposto a concedergli quello spazio, offre un’esperienza cinematografica rara: un film che non si limita a raccontare una storia ma che scava nelle contraddizioni dell’America del Novecento, nei conflitti tra arte e commercio, tra integrità e sopravvivenza, tra il sogno di costruire qualcosa di duraturo e la consapevolezza che tutto quello che costruiamo è destinato a crollare o a essere dimenticato.
Perché questi film meritano il vostro weekend
Guardare questi cinque titoli nel loro insieme rivela la ricchezza e la varietà del catalogo che Sky e NOW offrono in questo periodo di festività. C’è la commedia nera fantascientifica che usa lo spazio per parlare del capitalismo selvaggio del presente, il thriller psicologico che trasforma l’ospitalità in arma, l’animazione che ragiona sulla natura della coscienza e dell’amore, il gioco del gatto col topo rovesciato che ci fa tifare per il cattivo nonostante tutto, l’affresco epico sulla distruzione dei sogni e la resilienza umana.
Sono film che chiedono qualcosa allo spettatore, che non si accontentano di intrattenere ma vogliono anche far pensare, provocare, lasciare un segno. E questa è esattamente la funzione del grande cinema, indipendentemente dal budget o dal genere: aprire finestre su mondi diversi, permetterci di vivere vite che non sono la nostra, farci riflettere su chi siamo e su cosa significa essere umani in questo momento specifico della storia.
Questo Natale prendetevi il tempo di vedere almeno uno di questi film. Spegnete il telefono, abbassate le luci, lasciatevi trasportare su un pianeta ghiacciato con Mickey Barnes, sentite crescere la tensione nella tenuta di campagna di Paddy, commovete vi con il robot che impara ad amare, trattenete il respiro mentre Cooper cerca di fuggire dalla trappola, immergetevi nell’epica malinconica di László Tóth.
