Cinque capolavori di Hollywood da vedere su RaiPlay questo weekend

Ana Maria Perez

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Cinque capolavori di Hollywood da vedere su RaiPlay questo weekend

Dal 20 dicembre RaiPlay ha reso disponibile gratuitamente una collezione di autentici capolavori che hanno fatto la storia della settima arte, e questo weekend è il momento perfetto per recuperarli.

C’è un tipo di bellezza cinematografica che non invecchia mai. Non ha bisogno di effetti speciali, non dipende dalla tecnologia, non cerca colpi di scena artificiali. È quella bellezza fatta di luci sapientemente calibrate, di dialoghi che suonano come musica, di attori che con uno sguardo dicono più di mille parole. È la bellezza dell’età d’oro di Hollywood, quella stagione irripetibile che va dagli anni Quaranta ai Sessanta, quando i film erano opere d’arte e le star vere icone.

RaiPlay ha deciso di regalarci un viaggio in quel tempo perduto con la collezione “Grandi Classici di Hollywood”, una selezione di otto titoli che rappresentano il meglio di quell’epoca straordinaria. Tra questi capolavori ne abbiamo scelti cinque che meritano assolutamente di essere visti o rivisti questo weekend, cinque storie che dimostrano come il grande cinema sia davvero per sempre.

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Gilda (1946), quando Rita Hayworth divenne leggenda

Gilda, quando Rita Hayworth divenne leggenda

Se dovessimo scegliere un solo film che rappresenti l’essenza del fascino hollywoodiano classico, quello sarebbe probabilmente “Gilda”. Diretto da Charles Vidor nel 1946, questo noir romantico ha trasformato Rita Hayworth in un’icona immortale, una di quelle immagini che si imprimono nella memoria collettiva e non se ne vanno più. Basta pensare a lei in quel vestito nero di raso, con quei guanti lunghi, mentre canta “Put the Blame on Mame” con una sensualità che è pura elettricità sullo schermo.

La trama gioca con i triangoli amorosi e le passioni inconfessabili. Johnny è un giocatore d’azzardo che viene assunto dal misterioso Frank per dirigere il suo casinò a Buenos Aires. Quando Frank torna da un viaggio presentandogli la sua nuova moglie, Johnny scopre con sgomento che si tratta di Gilda, la donna che aveva amato e perduto. Il compito che gli viene affidato è tanto semplice quanto impossibile: tenerla d’occhio, proteggerla, assicurarsi che non combini guai. Ma come si fa a stare vicino a qualcuno che hai amato follemente senza che la vecchia passione riprenda a bruciare?

Il film è un capolavoro di tensione erotica trattenuta, di sguardi carichi di significato, di frasi che dicono una cosa ma ne intendono un’altra. Rita Hayworth non è mai stata più magnetica, e Glenn Ford nei panni di Johnny riesce a incarnare quella mascolinità ferita che era tipica del noir dell’epoca. Ogni scena tra loro due è un campo di battaglia emotivo dove l’amore e l’odio si confondono fino a diventare indistinguibili.

Da qui all’eternità (1953), otto premi Oscar

Da qui all’eternità, otto premi Oscar e una scena indimenticabile

Quando si parla di “Da qui all’eternità” di Fred Zinnemann, la mente corre subito a quella scena sulla spiaggia, con le onde che si infrangono su Burt Lancaster e Deborah Kerr abbracciati sulla sabbia. È una delle immagini più famose della storia del cinema, imitata e citata infinite volte, ma mai davvero eguagliata nella sua carica di passione contenuta e struggente.

Ma il film, uscito nel 1953, è molto più di quella singola sequenza. È un affresco potente e complesso della vita militare alla vigilia dell’attacco giapponese a Pearl Harbor. Siamo alle Hawaii, in una base dell’esercito americano dove si intrecciano le vite di soldati tanto diversi quanto uniti dallo stesso destino. C’è il sergente Warden, interpretato da Lancaster, uomo duro ma profondamente umano, innamorato della moglie infelice di un suo superiore. C’è il soldato Prewitt, il cui rifiuto di combattere nel ring di boxe diventa una questione di principio che gli costerà caro. C’è Angelo Maggio, il soldato alcolizzato interpretato da Frank Sinatra in una performance che gli valse l’Oscar come miglior attore non protagonista e che rilancio definitivamente la sua carriera cinematografica.

Il film non si limita a raccontare una storia d’amore o di cameratismo militare. Scava nelle zone d’ombra dell’istituzione militare, mostra gli abusi di potere, la brutalità dei rapporti gerarchici, il peso delle convenzioni sociali che soffocano i sentimenti autentici. La regia di Zinnemann è rigorosa ma mai fredda, capace di alternare momenti di grande intimità a sequenze corali che restituiscono il senso di una comunità in attesa di una tragedia che sta per abbattersi.

Gli otto premi Oscar che il film conquistò non furono casuali. “Da qui all’eternità” rappresentava un nuovo modo di fare cinema, più maturo, più complesso, più disposto a guardare dentro le contraddizioni della società americana. Anche oggi, a distanza di oltre settant’anni, la sua forza narrativa rimane intatta.

La signora del venerdì (1940), la commedia come arte

La signora del venerdì, la commedia come arte perfetta

Howard Hawks era un maestro assoluto nel mescolare generi diversi, ma quando si dedicava alla commedia brillante raggiungeva vette di perfezione raramente eguagliate. “La signora del venerdì”, uscito nel 1940, è forse il suo capolavoro in questo campo, una commedia scintillante dove i dialoghi si inseguono a una velocità vertiginosa e ogni battuta è un piccolo gioiello di intelligenza e ironia.

La storia è apparentemente semplice. Hilde Grant è una giornalista di grande talento che ha deciso di abbandonare il mestiere e il suo ex marito Walter Burns, direttore del giornale per cui scrive, per risposarsi con un uomo perbene e sistemarsi in una vita tranquilla. Ma Walter non ha alcuna intenzione di lasciargliela vinta. Le affida un ultimo servizio irresistibile, un caso giudiziario che potrebbe diventare lo scoop del secolo, e mentre Hilde si butta nell’inchiesta con tutta la passione professionale che credeva di aver seppellito, Walter mette in atto ogni possibile strategia per sabotare le sue imminenti nozze.

Quello che rende il film straordinario è il ritmo forsennato dei dialoghi, le battute che si sovrappongono, i personaggi che parlano uno sopra l’altro in un balletto verbale perfettamente orchestrato. Rosalind Russell e Cary Grant sono semplicemente perfetti nei ruoli principali, capaci di dare vita a due personalità fortissime che si attraggono e si respingono con uguale intensità. La chimica tra loro è palpabile, e la sceneggiatura è così serrata che non c’è un secondo di respiro, eppure non risulta mai affannosa o confusa.

Al di là della commedia romantica, il film è anche una satira intelligente del mondo del giornalismo e della politica, mostrando come le notizie vengano manipolate, come i potenti cerchino di controllare l’informazione, come dietro ogni titolo di giornale ci sia un intreccio di interessi e compromessi. Una lezione che sembra scritta per i nostri tempi.

Funny Girl (1968), il film che ha consacrato Barbra Streisand

Funny Girl, Barbra Streisand e la nascita di una stella

Nel 1968 arrivò sugli schermi “Funny Girl”, diretto da William Wyler, e da quel momento il cinema ebbe una nuova stella di prima grandezza. Barbra Streisand, che aveva già trionfato a Broadway nella versione teatrale del musical, conquistò anche Hollywood e l’Oscar come miglior attrice con una performance che mescolava comicità, canto straordinario e una profondità emotiva rara nei film musicali.

Il film racconta la storia vera di Fanny Brice, una ragazza ebrea del Bronx con un talento comico straripante ma un aspetto che non corrispondeva ai canoni di bellezza dell’epoca. Determinata a sfondare nel mondo dello spettacolo, Fanny riesce a farsi notare e diventa una delle più grandi star del vaudeville e del Follies di Ziegfeld. Ma mentre la sua carriera decolla, la sua vita sentimentale con il bellissimo e affascinante giocatore d’azzardo Nick Arnstein si complica, rivelando che il successo professionale non basta a garantire la felicità personale.

La Streisand è semplicemente travolgente. Non cerca di nascondere le insicurezze del personaggio dietro una facciata di sicurezza, ma le porta in scena con una vulnerabilità disarmante. Quando canta “People” o “Don’t Rain on My Parade”, non sta semplicemente eseguendo un numero musicale: sta raccontando un’anima. La sua Fanny è insieme comica e tragica, forte e fragile, trionfante e ferita.

Il film funziona come biografia romanzata, come musical spettacolare e come riflessione sul prezzo del successo. Wyler, regista di drammi potenti come “I migliori anni della nostra vita”, porta al musical la sua capacità di scavare nella psicologia dei personaggi, e il risultato è un’opera che trascende il genere per diventare qualcosa di più profondo e universale.

Incantesimo di George Sidney (1956)

Incantesimo, la magia di una notte che cambia tutto

Chiudiamo questa selezione con un titolo forse meno celebre degli altri ma altrettanto affascinante: “Incantesimo” di George Sidney, uscito nel 1956. È un film che parte da una premessa tipica della commedia romantica hollywoodiana ma che la sviluppa con una sensibilità particolare, quasi fiabesca, che lo rende unico nel suo genere.

Kim Novak interpreta Gillian Holroyd, una strega moderna che vive a Manhattan insieme alla zia, anch’essa dotata di poteri magici. Gillian ha imparato a usare la sua magia per muoversi nella città, per ottenere quello che vuole, per mantenere un certo controllo sulla propria esistenza. Ma quando si innamora di Shep Henderson, un editore che abita nel suo stesso palazzo e che è già fidanzato con un’altra donna, scopre che la magia ha dei limiti: non può costringere qualcuno ad amarla veramente, perché l’amore ottenuto con un incantesimo non è vero amore.

Il film è una riflessione delicata e intelligente sulla natura dei sentimenti, sul desiderio di controllo e sulla necessità di accettare il rischio della vulnerabilità. Gillian, abituata a manipolare la realtà secondo i suoi desideri, deve imparare che l’amore autentico richiede di rinunciare al potere, di mettersi in gioco senza protezioni, di accettare la possibilità del rifiuto. È una storia che parla di crescita, di maturità emotiva, di quella trasformazione che avviene quando si smette di cercare scorciatoie e si accetta di vivere davvero.

Kim Novak, in uno dei suoi ruoli migliori prima di diventare icona assoluta con “La donna che visse due volte” di Hitchcock, è perfetta nel rendere la progressiva umanizzazione di Gillian. C’è una scena particolarmente bella in cui il suo personaggio piange per la prima volta, e quel pianto rappresenta il momento in cui la strega diventa pienamente donna, capace di provare emozioni autentiche non filtrate dalla magia.

Perché questi film contano ancora oggi

Quello che accomuna questi cinque capolavori, al di là delle differenze di genere e tono, è la capacità di raccontare storie universali attraverso un linguaggio cinematografico perfetto. Sono film che non hanno bisogno di urlare per farsi ascoltare, che non cercano effetti facili, che si prendono il tempo necessario per sviluppare personaggi complessi e situazioni ricche di sfumature.

Guardarli oggi, in un’epoca in cui il cinema hollywoodiano sembra aver perso quella raffinatezza in favore di blockbuster sempre più chiassosi e prevedibili, è un’esperienza che va oltre la nostalgia. È riscoprire che il cinema può essere elegante senza essere freddo, popolare senza essere banale, spettacolare senza rinunciare all’intelligenza. È ritrovare il piacere di una recitazione misurata, di dialoghi che suonano come musica, di fotografie che sono vere opere d’arte.

La collezione “Grandi Classici di Hollywood” su RaiPlay è un regalo prezioso, e il fatto che sia disponibile gratuitamente rende ancora più importante approfittarne. Questo weekend apegnete il telefono, abbassate le luci, e lasciatevi trasportare in un’epoca in cui il cinema sapeva ancora incantare nel senso più pieno del termine. Non ve ne pentirete.

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