C’è stato un tempo, non troppo lontano ma che oggi sembra appartenere a un’altra era geologica, in cui esistevano le serate in famiglia. Nessuna notifica a scandire i minuti, nessuna ansia da “cosa guardiamo stasera?” davanti a un catalogo infinito di piattaforme streaming che, paradossalmente, ci rende più difficile scegliere. Se torniamo indietro con la memoria a circa trenta o quarant’anni fa – ovviamente parliamo di chi oggi ha varcato almeno la soglia dei cinquanta o ci è vicino – l’intrattenimento domestico era una faccenda decisamente diversa.
La televisione c’era, certo, ma c’erano molti meno canali e programmi. Non esisteva l’on demand e, se perdevi la puntata del tuo varietà preferito, dovevi aspettare che te lo raccontasse qualcuno il giorno dopo. Ecco, a quel tempo, quando non si aveva nulla da fare, fioriva una tradizione che univa le generazioni: il rito dei giochi da tavolo.
Nelle case di una volta, la credenza del salotto o il ripiano più alto dell’armadio ospitavano sempre quelle scatole di cartone, un po’ consumate agli angoli, che promettevano avventure fatte di dadi, pedine e magari banconote colorate. Ci si ritrovava attorno al tavolo dopo cena, magari con la nonna che faceva la banca a Monopoly (e che puntualmente barava un po’ per farci vincere) o con i genitori impegnati a risolvere il mistero della camera chiusa a Cluedo.
Si passavano ore a lanciare dadi, a sperare che la fortuna non ci facesse tornare indietro nel caro vecchio Gioco dell’Oca, o a contare minuziosamente i passi per raggiungere la casella della vittoria. Erano momenti di condivisione autentica, dove le risate e le piccole dispute per un lancio di dadi creavano ricordi indelebili. Quelli che portiamo ancora nel cuore.
Oggi il panorama è drasticamente cambiato. Il mondo dei giochi da tavolo non è sparito, anzi, sta vivendo una nuova “età dell’oro”, ma si è trasformato radicalmente. I giochi moderni sono diventati complessi. Ce ne sono alcuni dove le partite non finiscono in una sera, ma portano avanti una narrazione che dura mesi, dove si incollano adesivi sul tabellone e si distruggono carte, cambiando permanentemente il mondo di gioco in base alle scelte dei giocatori.
Molti titoli oggi integrano persino app per gestire i nemici o narrare la storia, fondendo il digitale con il fisico. Siamo lontanissimi dalla semplicità di un tabellone di cartone e un mazzo di imprevisti.
Ma in tutto questo, la scienza ci suggerisce che faremmo bene a guardare indietro. Dovremmo letteralmente soffiare via la polvere dalle scatole dei nostri “vecchi amici” di cartone, quelli dalle regole semplici e dai percorsi lineari.
E non si tratta solo di nostalgia o di un modo per staccare i bambini dai tablet (che già sarebbe un ottimo motivo). Pare proprio che quei giochi che consideravamo “superati” siano invece utilissimi per lo sviluppo dei più piccoli. Una recente ricerca ha rivelato che giocare a dadi e contare caselle è, a tutti gli effetti, una delle migliori palestre possibili per il cervello, in grado di potenziare l’apprendimento di una delle materie più ostiche e temute: la matematica.

La scienza conferma: bastano dieci minuti per fare la differenza
Spesso pensiamo che per imparare la matematica servano esercizi noiosi e ripetitivi. Invece, come riportato da focus.it, una ricerca pubblicata sulla rivista Review of Educational Research ha analizzato 18 studi condotti su oltre 1.700 bambini tra i 3 e i 7 anni.
Il risultato è sorprendente: bastano dieci minuti di gioco ogni tanto per ottenere benefici che durano nel tempo. Gena Nelson, che ha coordinato la ricerca, spiega che queste abilità matematiche precoci non sono solo un passatempo, ma rappresentano un segnale di quello che sarà il successo scolastico futuro del bambino. Muovere una pedina su un tabellone non è solo un gioco ma un allenamento intensivo per il calcolo.
Ma cosa succede esattamente nella mente di un bambino mentre lancia i dadi? Lo studio evidenzia che chi gioca regolarmente con tabelloni a percorsi numerati ha il 76% di probabilità in più di migliorare le proprie doti aritmetiche. In particolare, i bambini imparano tre concetti fondamentali senza nemmeno accorgersene. Intanto imparano a contare in ordine, cioè la sequenza numerica corretta. Poi capiscono che a ogni passo sulla casella corrisponde un solo numero (evitando quindi di contare due volte lo stesso spazio). Infine imparano il totale, ovvero che l’ultimo numero contato non è solo un nome, ma rappresenta la quantità totale: se conto fino a cinque, significa che ho cinque caramelle in mano o che devo muovermi di cinque caselle.

Flessibilità e inclusione: il gioco come supporto per ogni bambino
Un aspetto fondamentale di questa ricerca riguarda l’inclusione. Come approfondito su phys.org, i ricercatori dell’HEDCO Institute (tra cui Marah Sutherland) stanno studiando come applicare queste scoperte per aiutare i bambini con disabilità.
Sutherland spiega che l’obiettivo è progettare giochi originali e libri di fiabe a tema matematico per famiglie con bambini disabili tra i 3 e i 5 anni. Il segreto che hanno scoperto? La flessibilità. Un gioco non deve essere rigido: per funzionare bene, deve sapersi adattare alla predisposizione del bambino.
I ricercatori hanno integrato nei loro progetti diversi livelli di sfida: il genitore può scegliere di rendere il gioco più semplice o più complesso in base a ciò che il bambino riesce a gestire in quel momento.
Questo approccio trasforma il gioco in apprendimento, ma senza stress, tra una risata e l’altra. È un modo per abbattere quelle barriere che a volte la scuola, con i suoi tempi rigidi, finisce per alzare.
